mercoledì 22 marzo 2017

"La vegetariana" di Han Kang

«Forse questo è tutto una specie di sogno» 

È proprio un sogno a dare inizio e fine a questo dramma in tre atti, che vede al centro la vicenda di Yeong-hye, la sua caduta nell’abisso dell’autodistruzione che comincia con il rifiuto di mangiare carne a seguito di una visione di sangue, in un bosco oscuro, con le foglie aguzze sugli alberi e i piedi scalzi e feriti. 
Sembra una stranezza innocua, magari transitoria, non più grave del rifiuto di indossare il reggiseno. Invece diventa una scelta integralista, che il marito di Yeong-hye racconta in prima persona in “La vegetariana” titolo della prima parte e di tutto il romanzo, non nascondendo lo sconcerto e l’irritazione per i comportamenti di questa moglie insignificante e ostinata: quella del marito della giovane è una stizza che lievita e che è supportata dalla famiglia di lei, in particolare dal padre, che tenta di affermare la sua autorità tra preoccupazione genitoriale e reazioni violente di fronte al categorico rifiuto della figlia di mangiare carne. Yeong-hye intende far rispettare a tutti quelli che la circondano la sua scelta verso il vegetarianesimo, a costo di allontanarsi da tutti. 
Nel secondo atto, intitolato “La macchia mongolica”, la parola passa al cognato della vegetariana: l’uomo, sposato con la sorella maggiore di Yeong-hye, è un artista che attraversa un periodo di inattività, risvegliato dall’ispirazione che gli viene dalla vista sul corpo di Yeong-hye di una macchia mongolica, detta anche "macchia blu della Mongolia", una voglia di colore bluastro che in genere compare nella zona lombosacrale: quella macchia diventa pistillo di un fiore che l’uomo disegnerà sul corpo nudo della cognata, facendo di lei un’istallazione vivente. Nello stesso tempo l’uomo subisce una forma di attrazione fatale per la donna, che appare ai suoi occhi profondamente diversa da come la descrive il marito, ormai ex. I due parlano un linguaggio loro, veicolato dalla body art, che li vede uniti in amplessi famelici, quando anche l’uomo si sarà fatto dipingere il corpo per potersi unire a lei. 
La terza parte, “Fiamme verdi”, alla quale si arriva con il precipitare degli eventi narrati nella seconda parte, ha come voce narrante quella di In-hye, la sorella della protagonista, che si fa carico, con rassegnazione, della malattia psichiatrica che ormai ha ridotto Yeong-hye a un vegetale, convinto di poter essere una pianta che ha bisogno dell’acqua e di null’altro. 
Immagini crude accompagnano il racconto di In-hye, in un crescendo di disperazione che stringe il lettore in una spirale di dolore per cui è impossibile restare indifferenti. 
L’Autrice seziona i legami familiari, che sembrano all’origine del malessere della vegetariana, che soffre della brutalità del mondo, quella durezza che consiste anche nell’autoritarismo del padre e nell’indifferenza del marito. La protagonista passa dalla presa di coscienza della natura umana, istintivamente violenta e sanguigna, al volersi estraniare fino a diventare pianta e aria, inconsistente e senza sangue, attraverso il rifiuto della carne, fino a qualunque tipo di cibo, in un vortice devastante. 
È un libro molto duro, che tratta un argomento che Han Kang aveva già iniziato a esplorare nel 1997 in una storia, “Il frutto della mia donna”, che racconta di una donna che si trasforma in una pianta di cui il marito sceglie di prendersi cura: sentendo di non aver esaurito il tema, l’Autrice lo affronta nuovamente con questo romanzo, uscito in Corea nel 2007 e pubblicato lo scorso anno da Adelphi, in Italia, tornando alla ribalta come caso letterario, insignito del Man Booker International Prize per la narrativa 2016. 
Lo stile di Han Kang è lineare, ricco di dialoghi e descrizioni. A parlare, anche dei propri pensieri in lunghe sequenze introspettive, sono i personaggi che circondano la protagonista, la cui voce è riservata alle parti in corsivo nel primo atto, in cui Yeong-hye parla delle circostanze in cui le sue scelte -che appaiono alla sua famiglia tanto stravaganti- sono maturate, dei sogni angosciosi, della sua incapacità di comprendere l’incapacità di comprendere del marito. 
Per conoscere meglio l’Autrice e la storia di questo romanzo, consiglio questa videointervista dal portale letteratura.rai.it.  


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La vegetariana 
Autore: Han Kang 
Traduttore: Milena Zemira Ciccimarra 
Dati: 2016, 177 p., brossura 
Editore: Adelphi 
Prezzo: € 18,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

martedì 14 marzo 2017

Ultime letture con #LeggoNobel

È decisamente un periodo strano questo, denso senz’altro di letture delle quali non ho il tempo di parlare. Lo faccio per i libri letti con #LeggoNobel in un post collettivo, come ho fatto altre volte in cui ho riunito le impressioni tratte da più letture che si sono avvicendate – anche in contemporanea- in un lasso di tempo relativamente breve. 
Mi riservo invece di scrivere prossimamente in maniera più approfondita di due letture in particolare che mi hanno colpito nel profondo, La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang (Adelphi, 2016) e La vita sconosciuta di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo, 2017), mentre di Sono cose da grandi, lunga lettera che Simona Sparaco scrive al figlio di quattro anni, indagando le ragioni dei propri timori di mamma e delle speranze per il futuro del piccolo Diego (Einaudi, 2017) spero di parlare presto su lostruzzoascuola.it

Con il gruppo #LeggoNobel negli ultimi mesi abbiamo incontrato due autori, molto distanti nel tempo e nello spazio. La lettura che, in social condivisione con gli Scratchreaders su Facebook, ci ha impegnato tra gennaio e febbraio è stata Furore di John Steinbeck. 
La storia della famiglia Joad, costretta a lasciare la propria terra per raggiungere un paradiso più immaginato e sognato che effettivamente incontrato, in California, è la stessa di altri disperati, vittime di quella particolare congiuntura economica e sociale che vide tante famiglie americane precipitare nell’indigenza più nera, negli anni della Grande Depressione. 
Ai capitoli dove i Joad e le loro disavventure sono assoluti protagonisti, si alternano i passi corali, dove il paesaggio diventa personaggio e la varia umanità parla con voce unanime. In modo particolare sono stata colpita dal capitolo 15, dove quasi è possibile visualizzare il tipico locale americano dove ci si ferma per il breakfast: la lunga parentesi all'interno di un locale della Route 66, con Mae, o Minnie, o Susy, che serve caffè e torta alla crema di banane, mi ha conquistato, facendomi tornare in mente la Holt della trilogia della pianura di Kent Haruf. Ma potrei ricordare molti altri passaggi che hanno reso la lettura appassionante. 
I personaggi disegnati da Steinbeck sono potenti, soprattutto Ma' e forse un po' tutte le donne che, anche quando piagnucolanti come sua figlia Roseharn, poi sono capaci di grandi gesti coraggiosi, fino ad arrivare a finali inaspettati che lasciano il lettore spiazzato. 
Anche in questo caso è stato un felice ritrovare lo scrittore già apprezzato da ragazza quando lessi La valle dell’Eden, scovato nella ricca biblioteca di mia zia e letto nei lunghi pomeriggi roventi dell’estate salentina, molti anni fa. 

Il secondo autore letto con gli amici che seguono il gruppo di lettura dedicato ai premi Nobel per la Letteratura è stato Dario Fo, primo tra i Nobel italiani che abbiamo scelto, anche per omaggiarlo a pochi mesi dalla scomparsa. Per scelta di Valentina Accardi e mia, il progetto #LeggoNobel previlegia gli scrittori in prosa, lasciando quindi da parte quelli che si sono distinti per la poesia, il teatro e la saggistica (motivo per il quale sono esclusi, almeno per ora, Giosuè Carducci, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, tra gli italiani); tuttavia Dario Fo, pur essendo conosciuto soprattutto per aver scritto e portato in scena testi teatrali, ha scritto anche romanzi. Tra questi la preferenza è caduta su Razza di zingaro (Chiarelettere, 2016), la storia di Johann Trollmann, pugile sinti nella Germania nazista, campione del mondo dei mediomassimi a cui verrà negato il titolo perché è uno zingaro. Il titolo sarà poi restituito ai suoi familiari sopravvissuti, molti anni dopo la sua morte in un campo di concentramento, ma di questo epilogo non c’è traccia nel romanzo di Fo, come di tanti altri aspetti rigorosamente storici. Viceversa il racconto è molto immaginato nei dialoghi, che occupano sequenze importanti per la maggior parte del testo, molto sceneggiato in uno stile fin troppo semplice. Dario Fo racconta come se stesse sul palco e in questa sua caratteristica mi ha fatto tornare in mente la biografia umana e artistica di Maria Callas, portata in scena con Paola Cortellesi in quello che credo sia stato il suo ultimo spettacolo, Callas scritto con Franca Rame; ma a teatro è un'altra cosa, c’è la presenza scenica, la mimica, la voce in tutte le sue variazioni. Forse il mio giudizio, non particolarmente entusiasta, è influenzato dalla lettura di Alla fine di ogni cosa di Mauro Garofalo, ricostruzione fedele della drammatica storia di Rukeli. Ho apprezzato molto invece le tavole, i dipinti di Fo, e l'edizione Chiarelettere particolarmente pregiata.
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Razza di zingaro
Autore: Dario Fo
Dati: 2016, 160 p., brossura 
Editore: Chiarelettere
a c. di Chiara Porro e Jacopo Zerbo
Prezzo: € 16,90 
Giudizio su Goodreads: 3 stelline 

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Furore
Autore: John Steinback
Traduttore: Sergio C. Perroni
Dati: 1940/2016, 637 p., brossura 
Editore: Bompiani (collana Classici Contemporanei Bompiani) 
Prezzo: € 14,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

sabato 4 marzo 2017

"Neve, cane, piede" di Claudio Morandini

In quegli anni di guerra Adelmo Farandola 
ha imparato il conforto di parlarsi da solo
e di immaginare le voci delle bestie e delle cose pronte a rispondergli. 
In quegli anni ha imparato a non sentire il freddo e a ignorare la fame,
prendendo l’uno e l’altra a male parole,
sfidandoli in interminabili tenzoni di retorica e insulti. 

Bello entrare in classifica e ancora più bello restarci, dicono. A volte però bisogna riconoscere che alcuni libri devono diventare protagonisti di piccoli miracoli per entrare nelle classifiche settimanali dei libri più venduti e se non ci restano non è certo perché non lo meritino, ma solo perché dette classifiche sono determinate da dinamiche difficili da comprendere, considerando anche il fatto che spesso non coincidono tra le varie, pur autorevoli, testate che le pubblicano. 
Che cosa ha portato in classifica la settimana scorsa “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini, un romanzo breve uscito nel 2015 e mai scomparso dall’attenzione del pubblico che segue la piccola e media editoria a cui si può assimilare Exòrma? C’è voluta la “rivoluzione gentile” promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere e Modus Legendi, un’iniziativa che mira a sfidare le classifiche di vendita per portare alla ribalta le scelte alternative -rispetto al mercato corrente- di lettori consapevoli che dal basso promuovono, con l’acquisto in una determinata settimana, il libro che risulta vincitore tra una cinquina di titoli, tutti votati sul forum di Ultima Pagina
Una specie di festa dei libri, dei lettori e degli editori indipendenti che coinvolge molti appassionati, sostenuta da Loredana Lipperini su La Repubblica, Sabina Minardi su L‘Espresso, Francesco Musolino sul Fatto Quotidiano e Paolo di Paolo su La Stampa, solo per fare qualche nome, ai quali mi piace aggiungere quello di Mattia Pianezzi che su romaitalialab.it scrive che “Modus Legendi non si accontenta di ‘mandare un libro di una piccola in classifica’, come se fosse uno sgarro alla grande distribuzione editoriale; il progetto è più ambizioso e proiettato nel tempo, ed ha l’obiettivo tosto ma non impossibile di creare un piccolo bug editoriale, di far spostare il focus delle grandi case editrici dai lettori casuali ai lettori forti, che si sentono messi in secondo piano dall’editoria maggiore”. 
Ho quindi aderito con entusiasmo all’iniziativa e ho comprato “Neve, cane, piede” nella “settimana santa”, come sono stati chiamati i giorni in cui si sarebbe monitorata la vendita del libro scelto dai billini; l’ho poi letto in un giorno e mezzo, sentendomi catapultata nel mondo solitario e allucinato di Adelmo Farandola, vecchio eremita che vive tra i monti, dai quali scende solo per fare le provviste per l’inverno all’emporio del paese, a valle. 
Adelmo, abituato a stare da solo, quasi non conosce il suono della propria voce e tuttavia imbastisce dialoghi con oggetti e animali, con la Fame e il Freddo. Dialoga anche con lo strano cane che un bel giorno si presenta nei pressi della spelonca in cui l’uomo vive: il cane, brutto ma come tutti i cani disposto a prendersi anche le bastonate e i calci da chi sente essere la “sua” persona, si fa accettare e divide con Adelmo lo stesso freddo e la stessa fame. 
Adelmo e il cane vivono in un mondo a parte, un mondo al quale incautamente si avvicina un giovane guardacaccia, che cerca di stabilire un contatto con il vecchio scontroso, con il risultato che spetta al lettore scoprire. 
E il piede del titolo? Il piede affiora dal gelido candore che avvolge la vita di Adelmo durante un inverno che più rigido non si può ricordare, appartiene a qualcuno che forse è stato travolto da una valanga più a monte del punto in cui appare nel bianco e il vecchio lo tratta quasi come se invece di essere solo un pezzo di qualcuno, fosse proprio un qualcuno di per sé, in quanto piede: le allucinazioni dell’uomo affondano nella neve, insieme alla solitudine e all'incapacità di comunicare se non tra emarginati, in dialoghi tra immaginario e realismo. 
“Neve, cane, piede” è un romanzo che si legge velocemente, soffuso di una malinconia che scivola nell’ironia di alcune situazioni e nella sensazione di profondo isolamento che è proprio degli spostati, degli incompresi, di chi è emarginato forse per scelta altrui: Adelmo è una specie di orso, che sembra mansueto, ma dal quale puoi aspettarti lo scarto di un gesto inconsulto e violento, un personaggio che non ispira simpatia, per il quale non soffri e che osservi a distanza e con curiosità per capire cosa farà, come se la caverà con quella fame che se lo mangia vivo e le provviste che sono finite, ammesso che le abbia mai fatte davvero, e le croste del suo stesso sudicio che gli fanno da corazza e lo proteggono dal mondo. 
Mentre leggevo mi chiedevo cosa avesse ispirato Morandini a scrivere un racconto del genere e le risposte sono arrivate alla fine, in una nota dell’Autore dal titolo “Storia di questa storia”: Adelmo esiste, anche se il nome è di fantasia, anzi esistono tanti Adelmo nelle vallate alpine, uomini sui quali si tramandano racconti al limite del leggendario, eremiti non sempre selvatici che ogni tanto si concedono un’apparizione in paese, tra le persone “civili” con cui scambiano qualche parola. 
Morandini ha incontrato il suo Adelmo quando, durante una salita in montagna, è stato raggiunto da una pioggia di pigne e sassi lanciate da un vecchio che in questo modo mirava a salvaguardare il suo spazio vitale, nel quale non voleva intrusioni di sorta. Questa nota conclusiva sulla storia vale quanto tutta la storia stessa, perché racconta della genesi di un racconto, dello stimolo che serve per accendere la fantasia e della sensazione di appartenenza che lega una vicenda a chi la racconta.

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Neve, cane, piede 
Autore: Claudio Morandini 
Dati: 2015, 138 p., brossura 
Editore: Exòrma (collana quisiscrivemale) 
Prezzo: € 13,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

venerdì 24 febbraio 2017

"Il vecchio frantoio" di Lucio Causo

 
Photo Mauro Minutello

A mezzogiorno, Luca e Antonella presero il pranzo per il nonno Vito che stava lavorando nel frantoio di famiglia nei pressi dell’oliveto. La giornata era bella. Anche se faceva freddo, il cielo era sereno e tutt’intorno regnava la tranquillità. 
Oltrepassata la strada provinciale, s’inoltrarono lungo i sentieri umidi della campagna, tra gli arbusti e l’erba alta che coprivano i muretti a secco. 
Dopo avere percorso un breve tratto di strada in terra battuta, si trovarono in un grande spiazzo, in mezzo a secolari alberi d’ulivo. 
Videro il portone del vecchio frantoio ed entrarono. Era un locale grande e scuro, con una vasca di pietra al centro e, sopra, una possente macina. Un somaro, docile e paziente, girava intorno alla vasca legato ad una trave che faceva girare la mola senza fermarsi. La macina lenta e sicura frantumava le olive gonfie e nere, e preparava la spremitura dell’olio… 
Un grande camino, rosso di carboni ardenti, scaldava l’aria fredda di dicembre. Luca e Antonella, dopo aver salutato, porsero al nonno una gamella piena di verdura con pasta e fagioli. Vito mangiò con gusto e bevve generosamente il suo vino rosso. 
Dopo essersi saziato, tagliò due fette di pane dalla grossa pagnotta; l’abbrustolì sul fuoco, ci passò sopra uno spicchio di aglio tagliato a metà e poi versò dell’olio da un pentolino. Era verde, denso e profumato. 
- Mangiate il pane caldo con l’olio delle nostre olive. Vi riscalderà! - disse. 
Luca prese la fetta di pane gocciolante di olio. L’addentò… Disse che non aveva mai mangiato del cibo così buono. Aveva l’odore dei campi e degli ulivi, il colore del fuoco che ardeva. Aveva il sapore pieno del lavoro paziente dell’uomo e del docile somaro che spingeva la mola per schiacciare le olive. 
Era saporito, dolce e amaro. 
- Grazie, nonno, il tuo olio è sempre più buono! - disse Antonella dopo aver mangiato la grossa fetta di pane abbrustolito condita con l’aglio e l’olio appena spremuto. 
Vito accese la sua pipa con un tizzone della brace e si mise a chiacchierare con i giovani e con il nachiro presente. 
Parlarono del tempo, del vecchio frantoio ancora funzionante, delle nuove tecniche in uso nel settore e della purezza dell’olio. 
Poi Luca e la fidanzata, dopo aver salutato il nonno e i contadini intenti a svuotare i sacchi pieni di olive nel deposito, uscirono dall’oscurità del frantoio all’aria aperta, abbagliati dalla luce viva del sole dicembrino e dal colore dei campi. 
Respirarono a pieni polmoni l’aria fresca e profumata di terra rossa ed erba bagnata, di fiori, di alberi e di piante che emanavano odori freschi e particolari che solo in campagna si potevano sentire. 
Si presero sottobraccio avviandosi felici verso casa godendo di quella pace, quel profumo e quel sapore di cose buone. 

©Lucio Causo
Soundtrack: AllaBua, "Lucernaru"

giovedì 16 febbraio 2017

"Il nido" di Tim Winton

Ti amo, mormorò lui. 
Smettila! 
Scusa. 
Dio, sei proprio un tipo strano. 
Immagino di sì. 
E l’amore non aiuta. Credimi. 
Ma Keely non poteva crederle. Anche se i fatti le davano ragione, non poteva rinunciare a quell’ultimo brandello di fiducia. L’amore, da qualche parte, doveva servire a qualcosa, altrimenti davvero si sarebbe buttato dalla finestra. 

Un incontro casuale cambia la vita a Tom Keely, attivista ambientalista che, perso il lavoro e divorziato dalla moglie, trascina un'esistenza senza scopi. Gemma e suo nipote Kai lo costringeranno a diventare di nuovo protagonista, nel tentativo di risolvere la vita sbagliata della donna e di salvare il futuro del bambino. 
Eppure all’inizio non sono altro che “una donna sola. Un bambino senza amici. E un uomo allo sbando”, le cui esistenze però finiranno con l’intrecciarsi fino a farli diventare necessari gli uni agli altri, nonostante le intenzioni vadano altrove. Soprattutto Tom da subito è contrariato (“Pensò a quanto si era impegnato, negli ultimi mesi, per garantire la sua privacy, in modo che nessuno, amico o nemico che fosse, potesse venire a commiserarlo, a sfotterlo, ad accusarlo, a fargli la predica, a provocarlo o a metterlo sotto interrogatorio. Era l’unica cosa, tra tutte, che non lo deprimeva fino alla nausea. E adesso si ritrovava in cucina quella donna, quella persona quasi sconosciuta, che si mangiava la sua cena e gli dava pure dello snob. Era arrabbiato con se stesso, furioso per aver commesso un errore così gigantesco, consentendole di entrare nel suo appartamento, nella sua testa, nella sua vita del cazzo.”), lui così chiuso, nascosto dietro l’odio verso se stesso, in attesa di assolversi, considerando un errore, un grande errore, la sua stessa vita. 
Abituato alla logica della sconfitta, a rischio di una deriva di autocompatimento, mantiene pochi contatti con la sorella e la madre, nel ricordo di un padre la cui personalità ingombrante ha in qualche modo condizionato il suo esserne diverso, discosto da quel modello a suo modo irraggiungibile (“Malgrado tutti i trionfi di Keely come attivista, le foreste che era riuscito a salvare, gli scarichi abusivi che aveva denunciato e le specie che aveva protetto, di lì a trent’anni nessuno avrebbe più parlato di lui. Mentre suo padre aveva varcato i confini della propria classe di appartenenza, rifiutando di adeguarsi allo stampo della sua generazione”). 
A smuovere Tom dall’apatia e dalla rassegnazione arrivano quindi Kai, bambino con il quale la comunicazione è difficoltosa, a meno che non gli si parli di pennuti, e sua nonna Gemma, bellezza sfiorita di poco più di quarant’anni che ha in custodia il nipotino, mentre la sua giovanissima figlia si trova in carcere. Il pericolo di perdere il bambino costringe Gemma a una serie di iniziative che coinvolgeranno Tom, a cui lo legano i ricordi di un’infanzia infelice che nella famiglia di lui aveva trovato conforto e un’attrazione ondivaga, fatta di desiderio che si accende repentinamente, per trasformarsi altrettanto rapidamente in avversione. 
Diviso in tre parti, la prima più lunga delle altre, il romanzo va in crescendo: ha un inizio lento, in linea con il ritmo delle giornate del protagonista principale, e una buona metà si concentra sulla descrizione del tempo che quest’uomo trascorre, in mezzo ai piatti sporchi che accumula nel lavandino, indolente al punto da vivere in una specie di limbo sudicio e soffocante, uscendo lo stretto necessario, per arrivare al massimo al caffè di Bub vicino casa; il ritmo si fa incalzante nelle due parti successive, quando il ruolo di Gemma e delle vicende in cui trascina Tom si fa preminente e fino alla fine coinvolge il lettore in una girandola di disavventure che si fanno sempre più inquietanti. 
Lo stile dello scrittore australiano è serrato, il linguaggio essenziale, i caratteri dei personaggi, delineati precisamente, si stagliano in un paesaggio squallido come solo certi complessi residenziali di scarso valore urbanistico possono essere e la voce di chi è ai margini si erge prepotente, chiedendo attenzione. 
La capacità mimetica dell’Autore consente al lettore di immergersi totalmente nelle vicende narrate, tanto che restare indifferente alla potenza di personaggi diventa impossibile, nonostante nulla abbiano di eroico e nulla solletichino dell’immaginario. 
Non stupisce che The Times abbia definito “Il nido” un grande romanzo e Tim Winton un grande romanziere. 
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Il nido 
Autore: Tim Winton 
Traduttore: Stefano Tummolini 
Dati: 2017, 442 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 19,50 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 9 febbraio 2017

"Occhio di capra" di Leonardo Sciascia

SAPIDDRU (ma dai più pronunciato «sopiddru»). 
Sapi iddru: sa lui. 
Tra il «non lo so» e il «lo sa Iddio». 
E «iddru» è forse Lui, che tutto sa. 
Noi nulla sappiamo. 

Il mio primo libro di Sciascia, letto da ragazzina, è stato “A ciascuno il suo”, in un’edizione Einaudi, collana Letture per la scuola media, che non so nemmeno se esista ancora. A seguire lessi “Il giorno della civetta”, sempre Einaudi, per la stessa collana che negli anni Settanta ha avuto il merito di far leggere opere fondamentali a tanti adolescenti, in virtù anche di quella “ora di narrativa” che, alle scuole medie, regalava uno spazio settimanale importante: per molti della mia generazione, che aveva molti meno stimoli rispetto a quelli che hanno oggi i ragazzi, è stata un trampolino considerevole verso la conoscenza di tanti autori della nostra letteratura contemporanea e quella collana di Einaudi ha svolto un ruolo importante, con proposte editoriali efficaci, molte delle quali rappresentano i primi esemplari di quella che nel tempo sarebbe diventata la mia ricca biblioteca personale. 
Oggi le occasioni per leggere a scuola autori contemporanei si riducono alle scelte antologiche operate dagli insegnanti e dall’editoria scolastica (un racconto che si incontra spesso nelle antologie di primo biennio è “Il lungo viaggio”, tratto dalla raccolta “Il mare colore del vino”, che narra del viaggio pieno di speranza di un gruppo di contadini che sperano di poter emigrare in America, a Nuovaiorche, ai primi del Novecento, e pagano un individuo equivoco per un trasporto che durerà undici notti e che li vedrà sbarcare a Gela, dopo aver praticamente girato a vuoto nel mare), oppure a progetti particolari: scomparsa in pratica l’ora di narrativa, per una contrazione del tempo che si concentra quindi su attività di analisi testuale gradatamente sempre più complesse, piuttosto che alla lettura per il piacere della lettura, le opportunità di incontrare romanzi importanti del secondo Novecento si riducono al nulla, quasi, con l’aggravante che, anche negli anni successivi, lo studio della storia letteraria esclude gli autori più vicini alla nostra epoca, relegandoli a letture episodiche. Posso dunque affermare, con buona pace dei legislatori e dei pedagogisti che nel corso dei decenni hanno lavorato affinché il tempo dedicato allo studio dell’Italiano fosse sempre più ridotto, di aver avuto la buona fortuna di aver frequentato “le medie” nel pieno degli anni Settanta, prima che iniziasse l’opera di smantellamento della scuola pubblica. 
I miei primi approcci con Leonardo Sciascia sono quindi da attribuire alle sue opere più importanti, o almeno alle più note, e prendono origine dall’esperienza scolastica. Nel frattempo le storie e lo stile dello scrittore di Racalmuto mi avevano conquistato e negli anni mi sono trovata spesso ad acquistarne i libri, che sono andati a incrementare il mio “palchetto Sciascia”. Pensavo di averne letti tanti, di essere una buona conoscitrice della narrativa di Sciascia, ma mi sono resa conto che la sua produzione in realtà conta molti titoli che mi erano del tutto sconosciuti, non avendoli mai sentiti nemmeno citare. Così mi sono data il compito, per questo 2017, di acquistare i libri che non possiedo ancora e di leggerne uno al mese, proprio come dovere civile, considerando i temi che Sciascia ha trattato nei suoi romanzi, la mafia in primis, le sue collusioni con la politica, la corruzione, spesso scegliendo la struttura narrativa tipica del romanzo giallo, e senza dimenticare la sua produzione saggistica. 
Il primo dei libri che ho scelto di leggere nel mese di gennaio, scelto assolutamente a caso senza avere la minima idea di cosa trattasse, non è un romanzo e anche come saggio diventa difficile etichettarlo. Direi che “Occhio di capra” è un omaggio, un atto d’amore che Leonardo Sciascia ha fatto alla sua terra e più precisamente al luogo in cui è nato, quella Racalmuto dell’entroterra agrigentino, tanto vicina ai luoghi di Pirandello e di Rosso di San Secondo, della quale esplora la lingua nei suoi detti popolari. 
“Isola nell’isola” è Racalmuto (l’antico villaggio arabo Rahal-maut), al pari di altre “isole” dentro l’isola Sicilia, lontana dal mare, desolata e allo stesso tempo sorgente di notizie, coacervo di esperienze umane, centro di varia umanità che rappresenta, agli occhi del suo forse più illustre figlio, la fonte delle storie che egli racconta nello spiegare l’origine di alcune parole dialettali o di certi modi di dire popolari. 
Sciascia afferma, nella “notizia” che apre il volumetto, di conoscere il suo paese da prima di sempre, un po’ come dice di se stesso -e di Buenos Aires- lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. E alla “storia minima” di Racalmuto, Sciascia dedica la sua attenzione (“Forse è a questa storia minima che io debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande”, scriveva a proposito di “Occhio di capra”).
In ordine alfabetico, l’Autore riporta la traduzione e l’origine -a volte anche strettamente etimologica più spesso da ravvisare in un episodio, un personaggio, un’arguzia- di parole e unità fraseologiche dialettali: tra lessico e etnografia, Sciascia delinea ipotesi strettamente linguistiche, ricostruisce e attribuisce alla cultura popolare il radicarsi di espressioni tipiche in epoche diverse, e lontane nel tempo tanto da perdersi forse nella memoria collettiva, così da esigere che qualcuno le restituisca al patrimonio di ricordi che identificano una comunità di parlanti. 
Divertente e acuto, “Occhio di capra” è un viaggio nella lingua, anzi in una delle lingue della Sicilia. Di particolare interesse per i linguisti, a titolo di mera curiosità, è la nota finale sulla grafia, spesso insufficiente a rappresentare certi suoni come la cacuminalizzazione della laterale intensa in nessi come –ll- > -dd-, ma dice Sciascia solo perché manca il segno a rappresentare una “remora della glottide”. 
Una buona idea è acquistare adesso questo libro, approfittando dello sconto del 25% che Adelphi applica in questo periodo per i tascabili: in questo caso il prezzo scende a soli 9 euro, davvero ben spesi. 

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Occhio di capra 
Autore: Leonardo Sciascia 
Dati: 1990, 150 p., brossura 
Editore: Adelphi (collana Piccola Biblioteca) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 3 febbraio 2017

"Ore 10, lezione di Fedez (e Rovazzi)" di Elvio Calderoni

 
Photo Vanity Fair

Parlare ai ragazzi, risultare credibili. 
Accoglienti per poi entrare, con loro, nei fenomeni della contemporaneità, al centro. 
Entrare, quindi, nelle loro stanze, accomodarsi sui loro sogni, migliorarli, migliorarli, migliorarli. 
Inserire nel programma, accanto a Dante, Leopardi e all'analisi logica, l'analisi del testo di VORREI MA NON POSTO è una necessità complessa, un imperativo di antipurismo, atto non a consacrare nessuno o ad abbassare ogni livello, ma una sorta di captatio benevolentiae più eversiva del contenuto stesso dei brani di Fedez (e Rovazzi ) che sono assai più eversivi di quanto un orecchio superficiale potrebbe credere. 
E tra le orecchie superficiali potremmo inserire, a buon diritto, quelle dei ragazzi non opportunamente guidati. 
Fedez non è un nemico da abbattere, ma un idolo con cui fare i conti. 
Se analizzassimo in classe (seconda media ) Caparezza non sortiremmo lo stesso effetto. Dobbiamo invece analizzare chi popola i sogni dei ragazzi, non chi parla a un pubblico già coltivato, smontare, pezzo per pezzo, frase per frase, contenuto e forma (ricca, dichiariamolo subito, ricca ) del pezzo. Trattarlo come nell'ora precedente abbiamo trattato Dante: struttura, rime, metro, lessico, area semantica, figure retoriche, contenuto, extratesto. Fedez (ok, non solo lui, tutto il mondo rap ma il primo interesse è arrivare velocemente al risultato!) gioca con le figure retoriche di suono mostrando una vena compositiva non sciocca: calembour, paronomasie, allitterazioni, figure etimologiche, nuove locuzioni ( potremmo azzardare gli hapax!), e fin qui nulla di particolarmente riflessivo in senso eversivo. La vera partita si giocherà con il contenuto! “Ogni ricordo è più importante condividerlo che viverlo” è la frase chiave che fotografa, sintetizzandolo, il vuoto filtrato dallo schermo che dimora questi tempi, li velocizza, li consuma, provocando mostri e nevrosi, vizi e incapacità relazionali. Forse l'hanno detto in molti, anzi certamente, ma nessuno così e nessuno così “dentro” questo sistema, tanto da rischiare la scarsa credibilità. Ma l'ambiguità di Fedez (e di Rovazzi) è la sua forza, molta autoironia e una buona dose di incoerenza tali da non allontanare le contraddizioni adolescenziali. Il linguaggio è il loro: selfie, porno, i phone, blog, post, e passaggi portatori di una qualche densità: 
“E se lei t'attacca un virus 

Basta prendersi il Norton 

Tutto questo navigare senza trovare un porto 

Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto 

Che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo"
Dunque? Demonizzare questi contenuti ? Ignorarli? Parliamone, invece. Smontiamoli se è il caso, approfondiamoli, sfondiamo cover e schermi piatti, dimostrando ai ragazzi che sotto il tatuaggio può esserci un mondo. Non sempre. 
Ma la possibilità concediamogliela. 
E concediamocela, senza perdere il treno della contemporaneità. 
La cattedra ha l'obbligo morale della puntualità e chi fosse preoccupato di Fedez che invade la scuola, ebbene, è l'esatto contrario: è la scuola che, armi e bagagli, invade Fedez. 
Una rivoluzione copernicana? 

©Elvio Calderoni

Soundtrack: "Vorrei ma non posto" di J-AX & Fedez