mercoledì 22 marzo 2017

"La vegetariana" di Han Kang

«Forse questo è tutto una specie di sogno» 

È proprio un sogno a dare inizio e fine a questo dramma in tre atti, che vede al centro la vicenda di Yeong-hye, la sua caduta nell’abisso dell’autodistruzione che comincia con il rifiuto di mangiare carne a seguito di una visione di sangue, in un bosco oscuro, con le foglie aguzze sugli alberi e i piedi scalzi e feriti. 
Sembra una stranezza innocua, magari transitoria, non più grave del rifiuto di indossare il reggiseno. Invece diventa una scelta integralista, che il marito di Yeong-hye racconta in prima persona in “La vegetariana” titolo della prima parte e di tutto il romanzo, non nascondendo lo sconcerto e l’irritazione per i comportamenti di questa moglie insignificante e ostinata: quella del marito della giovane è una stizza che lievita e che è supportata dalla famiglia di lei, in particolare dal padre, che tenta di affermare la sua autorità tra preoccupazione genitoriale e reazioni violente di fronte al categorico rifiuto della figlia di mangiare carne. Yeong-hye intende far rispettare a tutti quelli che la circondano la sua scelta verso il vegetarianesimo, a costo di allontanarsi da tutti. 
Nel secondo atto, intitolato “La macchia mongolica”, la parola passa al cognato della vegetariana: l’uomo, sposato con la sorella maggiore di Yeong-hye, è un artista che attraversa un periodo di inattività, risvegliato dall’ispirazione che gli viene dalla vista sul corpo di Yeong-hye di una macchia mongolica, detta anche "macchia blu della Mongolia", una voglia di colore bluastro che in genere compare nella zona lombosacrale: quella macchia diventa pistillo di un fiore che l’uomo disegnerà sul corpo nudo della cognata, facendo di lei un’istallazione vivente. Nello stesso tempo l’uomo subisce una forma di attrazione fatale per la donna, che appare ai suoi occhi profondamente diversa da come la descrive il marito, ormai ex. I due parlano un linguaggio loro, veicolato dalla body art, che li vede uniti in amplessi famelici, quando anche l’uomo si sarà fatto dipingere il corpo per potersi unire a lei. 
La terza parte, “Fiamme verdi”, alla quale si arriva con il precipitare degli eventi narrati nella seconda parte, ha come voce narrante quella di In-hye, la sorella della protagonista, che si fa carico, con rassegnazione, della malattia psichiatrica che ormai ha ridotto Yeong-hye a un vegetale, convinto di poter essere una pianta che ha bisogno dell’acqua e di null’altro. 
Immagini crude accompagnano il racconto di In-hye, in un crescendo di disperazione che stringe il lettore in una spirale di dolore per cui è impossibile restare indifferenti. 
L’Autrice seziona i legami familiari, che sembrano all’origine del malessere della vegetariana, che soffre della brutalità del mondo, quella durezza che consiste anche nell’autoritarismo del padre e nell’indifferenza del marito. La protagonista passa dalla presa di coscienza della natura umana, istintivamente violenta e sanguigna, al volersi estraniare fino a diventare pianta e aria, inconsistente e senza sangue, attraverso il rifiuto della carne, fino a qualunque tipo di cibo, in un vortice devastante. 
È un libro molto duro, che tratta un argomento che Han Kang aveva già iniziato a esplorare nel 1997 in una storia, “Il frutto della mia donna”, che racconta di una donna che si trasforma in una pianta di cui il marito sceglie di prendersi cura: sentendo di non aver esaurito il tema, l’Autrice lo affronta nuovamente con questo romanzo, uscito in Corea nel 2007 e pubblicato lo scorso anno da Adelphi, in Italia, tornando alla ribalta come caso letterario, insignito del Man Booker International Prize per la narrativa 2016. 
Lo stile di Han Kang è lineare, ricco di dialoghi e descrizioni. A parlare, anche dei propri pensieri in lunghe sequenze introspettive, sono i personaggi che circondano la protagonista, la cui voce è riservata alle parti in corsivo nel primo atto, in cui Yeong-hye parla delle circostanze in cui le sue scelte -che appaiono alla sua famiglia tanto stravaganti- sono maturate, dei sogni angosciosi, della sua incapacità di comprendere l’incapacità di comprendere del marito. 
Per conoscere meglio l’Autrice e la storia di questo romanzo, consiglio questa videointervista dal portale letteratura.rai.it.  


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La vegetariana 
Autore: Han Kang 
Traduttore: Milena Zemira Ciccimarra 
Dati: 2016, 177 p., brossura 
Editore: Adelphi 
Prezzo: € 18,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

martedì 14 marzo 2017

Ultime letture con #LeggoNobel

È decisamente un periodo strano questo, denso senz’altro di letture delle quali non ho il tempo di parlare. Lo faccio per i libri letti con #LeggoNobel in un post collettivo, come ho fatto altre volte in cui ho riunito le impressioni tratte da più letture che si sono avvicendate – anche in contemporanea- in un lasso di tempo relativamente breve. 
Mi riservo invece di scrivere prossimamente in maniera più approfondita di due letture in particolare che mi hanno colpito nel profondo, La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang (Adelphi, 2016) e La vita sconosciuta di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo, 2017), mentre di Sono cose da grandi, lunga lettera che Simona Sparaco scrive al figlio di quattro anni, indagando le ragioni dei propri timori di mamma e delle speranze per il futuro del piccolo Diego (Einaudi, 2017) spero di parlare presto su lostruzzoascuola.it

Con il gruppo #LeggoNobel negli ultimi mesi abbiamo incontrato due autori, molto distanti nel tempo e nello spazio. La lettura che, in social condivisione con gli Scratchreaders su Facebook, ci ha impegnato tra gennaio e febbraio è stata Furore di John Steinbeck. 
La storia della famiglia Joad, costretta a lasciare la propria terra per raggiungere un paradiso più immaginato e sognato che effettivamente incontrato, in California, è la stessa di altri disperati, vittime di quella particolare congiuntura economica e sociale che vide tante famiglie americane precipitare nell’indigenza più nera, negli anni della Grande Depressione. 
Ai capitoli dove i Joad e le loro disavventure sono assoluti protagonisti, si alternano i passi corali, dove il paesaggio diventa personaggio e la varia umanità parla con voce unanime. In modo particolare sono stata colpita dal capitolo 15, dove quasi è possibile visualizzare il tipico locale americano dove ci si ferma per il breakfast: la lunga parentesi all'interno di un locale della Route 66, con Mae, o Minnie, o Susy, che serve caffè e torta alla crema di banane, mi ha conquistato, facendomi tornare in mente la Holt della trilogia della pianura di Kent Haruf. Ma potrei ricordare molti altri passaggi che hanno reso la lettura appassionante. 
I personaggi disegnati da Steinbeck sono potenti, soprattutto Ma' e forse un po' tutte le donne che, anche quando piagnucolanti come sua figlia Roseharn, poi sono capaci di grandi gesti coraggiosi, fino ad arrivare a finali inaspettati che lasciano il lettore spiazzato. 
Anche in questo caso è stato un felice ritrovare lo scrittore già apprezzato da ragazza quando lessi La valle dell’Eden, scovato nella ricca biblioteca di mia zia e letto nei lunghi pomeriggi roventi dell’estate salentina, molti anni fa. 

Il secondo autore letto con gli amici che seguono il gruppo di lettura dedicato ai premi Nobel per la Letteratura è stato Dario Fo, primo tra i Nobel italiani che abbiamo scelto, anche per omaggiarlo a pochi mesi dalla scomparsa. Per scelta di Valentina Accardi e mia, il progetto #LeggoNobel previlegia gli scrittori in prosa, lasciando quindi da parte quelli che si sono distinti per la poesia, il teatro e la saggistica (motivo per il quale sono esclusi, almeno per ora, Giosuè Carducci, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, tra gli italiani); tuttavia Dario Fo, pur essendo conosciuto soprattutto per aver scritto e portato in scena testi teatrali, ha scritto anche romanzi. Tra questi la preferenza è caduta su Razza di zingaro (Chiarelettere, 2016), la storia di Johann Trollmann, pugile sinti nella Germania nazista, campione del mondo dei mediomassimi a cui verrà negato il titolo perché è uno zingaro. Il titolo sarà poi restituito ai suoi familiari sopravvissuti, molti anni dopo la sua morte in un campo di concentramento, ma di questo epilogo non c’è traccia nel romanzo di Fo, come di tanti altri aspetti rigorosamente storici. Viceversa il racconto è molto immaginato nei dialoghi, che occupano sequenze importanti per la maggior parte del testo, molto sceneggiato in uno stile fin troppo semplice. Dario Fo racconta come se stesse sul palco e in questa sua caratteristica mi ha fatto tornare in mente la biografia umana e artistica di Maria Callas, portata in scena con Paola Cortellesi in quello che credo sia stato il suo ultimo spettacolo, Callas scritto con Franca Rame; ma a teatro è un'altra cosa, c’è la presenza scenica, la mimica, la voce in tutte le sue variazioni. Forse il mio giudizio, non particolarmente entusiasta, è influenzato dalla lettura di Alla fine di ogni cosa di Mauro Garofalo, ricostruzione fedele della drammatica storia di Rukeli. Ho apprezzato molto invece le tavole, i dipinti di Fo, e l'edizione Chiarelettere particolarmente pregiata.
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Razza di zingaro
Autore: Dario Fo
Dati: 2016, 160 p., brossura 
Editore: Chiarelettere
a c. di Chiara Porro e Jacopo Zerbo
Prezzo: € 16,90 
Giudizio su Goodreads: 3 stelline 

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Furore
Autore: John Steinback
Traduttore: Sergio C. Perroni
Dati: 1940/2016, 637 p., brossura 
Editore: Bompiani (collana Classici Contemporanei Bompiani) 
Prezzo: € 14,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

sabato 4 marzo 2017

"Neve, cane, piede" di Claudio Morandini

In quegli anni di guerra Adelmo Farandola 
ha imparato il conforto di parlarsi da solo
e di immaginare le voci delle bestie e delle cose pronte a rispondergli. 
In quegli anni ha imparato a non sentire il freddo e a ignorare la fame,
prendendo l’uno e l’altra a male parole,
sfidandoli in interminabili tenzoni di retorica e insulti. 

Bello entrare in classifica e ancora più bello restarci, dicono. A volte però bisogna riconoscere che alcuni libri devono diventare protagonisti di piccoli miracoli per entrare nelle classifiche settimanali dei libri più venduti e se non ci restano non è certo perché non lo meritino, ma solo perché dette classifiche sono determinate da dinamiche difficili da comprendere, considerando anche il fatto che spesso non coincidono tra le varie, pur autorevoli, testate che le pubblicano. 
Che cosa ha portato in classifica la settimana scorsa “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini, un romanzo breve uscito nel 2015 e mai scomparso dall’attenzione del pubblico che segue la piccola e media editoria a cui si può assimilare Exòrma? C’è voluta la “rivoluzione gentile” promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere e Modus Legendi, un’iniziativa che mira a sfidare le classifiche di vendita per portare alla ribalta le scelte alternative -rispetto al mercato corrente- di lettori consapevoli che dal basso promuovono, con l’acquisto in una determinata settimana, il libro che risulta vincitore tra una cinquina di titoli, tutti votati sul forum di Ultima Pagina
Una specie di festa dei libri, dei lettori e degli editori indipendenti che coinvolge molti appassionati, sostenuta da Loredana Lipperini su La Repubblica, Sabina Minardi su L‘Espresso, Francesco Musolino sul Fatto Quotidiano e Paolo di Paolo su La Stampa, solo per fare qualche nome, ai quali mi piace aggiungere quello di Mattia Pianezzi che su romaitalialab.it scrive che “Modus Legendi non si accontenta di ‘mandare un libro di una piccola in classifica’, come se fosse uno sgarro alla grande distribuzione editoriale; il progetto è più ambizioso e proiettato nel tempo, ed ha l’obiettivo tosto ma non impossibile di creare un piccolo bug editoriale, di far spostare il focus delle grandi case editrici dai lettori casuali ai lettori forti, che si sentono messi in secondo piano dall’editoria maggiore”. 
Ho quindi aderito con entusiasmo all’iniziativa e ho comprato “Neve, cane, piede” nella “settimana santa”, come sono stati chiamati i giorni in cui si sarebbe monitorata la vendita del libro scelto dai billini; l’ho poi letto in un giorno e mezzo, sentendomi catapultata nel mondo solitario e allucinato di Adelmo Farandola, vecchio eremita che vive tra i monti, dai quali scende solo per fare le provviste per l’inverno all’emporio del paese, a valle. 
Adelmo, abituato a stare da solo, quasi non conosce il suono della propria voce e tuttavia imbastisce dialoghi con oggetti e animali, con la Fame e il Freddo. Dialoga anche con lo strano cane che un bel giorno si presenta nei pressi della spelonca in cui l’uomo vive: il cane, brutto ma come tutti i cani disposto a prendersi anche le bastonate e i calci da chi sente essere la “sua” persona, si fa accettare e divide con Adelmo lo stesso freddo e la stessa fame. 
Adelmo e il cane vivono in un mondo a parte, un mondo al quale incautamente si avvicina un giovane guardacaccia, che cerca di stabilire un contatto con il vecchio scontroso, con il risultato che spetta al lettore scoprire. 
E il piede del titolo? Il piede affiora dal gelido candore che avvolge la vita di Adelmo durante un inverno che più rigido non si può ricordare, appartiene a qualcuno che forse è stato travolto da una valanga più a monte del punto in cui appare nel bianco e il vecchio lo tratta quasi come se invece di essere solo un pezzo di qualcuno, fosse proprio un qualcuno di per sé, in quanto piede: le allucinazioni dell’uomo affondano nella neve, insieme alla solitudine e all'incapacità di comunicare se non tra emarginati, in dialoghi tra immaginario e realismo. 
“Neve, cane, piede” è un romanzo che si legge velocemente, soffuso di una malinconia che scivola nell’ironia di alcune situazioni e nella sensazione di profondo isolamento che è proprio degli spostati, degli incompresi, di chi è emarginato forse per scelta altrui: Adelmo è una specie di orso, che sembra mansueto, ma dal quale puoi aspettarti lo scarto di un gesto inconsulto e violento, un personaggio che non ispira simpatia, per il quale non soffri e che osservi a distanza e con curiosità per capire cosa farà, come se la caverà con quella fame che se lo mangia vivo e le provviste che sono finite, ammesso che le abbia mai fatte davvero, e le croste del suo stesso sudicio che gli fanno da corazza e lo proteggono dal mondo. 
Mentre leggevo mi chiedevo cosa avesse ispirato Morandini a scrivere un racconto del genere e le risposte sono arrivate alla fine, in una nota dell’Autore dal titolo “Storia di questa storia”: Adelmo esiste, anche se il nome è di fantasia, anzi esistono tanti Adelmo nelle vallate alpine, uomini sui quali si tramandano racconti al limite del leggendario, eremiti non sempre selvatici che ogni tanto si concedono un’apparizione in paese, tra le persone “civili” con cui scambiano qualche parola. 
Morandini ha incontrato il suo Adelmo quando, durante una salita in montagna, è stato raggiunto da una pioggia di pigne e sassi lanciate da un vecchio che in questo modo mirava a salvaguardare il suo spazio vitale, nel quale non voleva intrusioni di sorta. Questa nota conclusiva sulla storia vale quanto tutta la storia stessa, perché racconta della genesi di un racconto, dello stimolo che serve per accendere la fantasia e della sensazione di appartenenza che lega una vicenda a chi la racconta.

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Neve, cane, piede 
Autore: Claudio Morandini 
Dati: 2015, 138 p., brossura 
Editore: Exòrma (collana quisiscrivemale) 
Prezzo: € 13,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline