venerdì 28 aprile 2017

"Nascosti davanti a tutti" di Fabrizio Manzetti

Non avrebbe mai pensato che avere dei figli 
avesse potuto significare imparare più di quanto fosse necessario insegnare, 
e da lui e Michele aveva imparato a non cercare la pace, 
ma crearla con piume, foglie e mani. 

È un bell’esordio questo di Fabrizio Manzetti, scrittore emergente che ci regala sedici bozzetti di vita quotidiana, sedici squarci, vedute su esistenze ordinarie colte in momenti a loro modo speciali, unici.
Nella vita di tutti i giorni le azioni si ripetono, incanalandosi in routine che sembrano distrarre dalle esigenze interiori più nascoste e che presentano, a un certo punto, uno scarto dall'ordinario che conclude piccole storie di microcosmi umani. Eppure siamo tutti davanti a tutti, uguali a tanti, in storie comuni in cui riconoscersi è facile. 
Manzetti esplora i temi più vari dell’esistenza umana, narrando di un incontro fortuito su un treno di pendolari, che si vuol credere combinato dal destino e forse lo è, oppure di un amore che non muore, nonostante tutto, perché non si riesce a far andar via l’altro quando in fondo un equilibrio c’è. Oppure ancora di un gatto che diventa il lasciapassare per una nuova vita, l’unico motivo per ricominciare altrove; e poi del dolore silenzioso di Rieger, colto tipografo successivamente correttore di bozze e scopritore di talenti letterari, poi “invisibile” che vive nel mondo parallelo dei barboni, per caso o per scelta “tutti uguali davanti alla miseria”. 
In “Nascosti davanti a tutti” c’è il dolore muto che non emerge dai gesti quotidiani, ma esplode in un ultimo inaspettato ed eclatante gesto, perché a certe ingiustizie della vita, come è sopravvivere a un figlio, non si fa mai l’abitudine. E senza pensare alle sofferenze più tremende che possono attraversarci la vita, basterà volgere lo sguardo verso la ragazzina che decide di smettere con le lezioni di musica, perché un crack dentro ha spaccato tutto. 
Tra i tanti temi che l’A. indaga, c’è quello della riscoperta dei legami familiari, anche dove si pensa che siano scontati: un genitore anziano e solo, la gestione di un rapporto filiale a distanza che si distrae dalle necessità autentiche che un anziano può avere, prima tra tutte l’amore dei figli, più che l’assistenza nelle piccole pratiche quotidiane curate da una badante; sarà l’imprevisto a rendere la giusta dimensione a tutto e a fare recuperare il battito del cuore che si sintonizza tra una figlia e un padre sofferente, nel racconto “Mi batte il cuore di mio padre” che chiude la raccolta. 
In mezzo, ancora, i ritorni senza gloria a paesi abbandonati nel tempo dei sogni a venire, e i tradimenti lunghi anni, dove alla fine vince la realtà scelta per comodità e per mancanza di coraggio, e ancora quadretti familiari incapsulati in stanche routine –due pensionati, sposati da oltre cinquant’anni, stessa casa da sempre, vita immobile- salvo tardive recriminazioni («Mi hai sempre detto “andrà tutto bene, vedrai”. E dove siamo andati? Rispondimi!» dice lei a lui). 
Sono belli i racconti di Fabrizio Manzetti: vividi, sentiti, raccontati in una prosa piana, senza inutili virtuosismi, eppure con cenni di vera poesia, nelle descrizioni dei gesti e dei sentimenti. In queste sedici immagini ordinarie ci si specchia e ci si consola, riconoscendo il tratto delicato con cui l’Autore si è accostato alla vita qualunque di chiunque di noi. La raccolta partecipa al Premio Augusta: fino al 18 maggio è possibile votarla qui , quindi leggetela e cliccate!


Photo Elena Tamborrino




Nascosti davanti a tutti 
Autore: Fabrizio Manzetti 
Dati: 2016, 118 p., brossura 
Editore: Augh! (collana Frecce) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 3 stelline

martedì 18 aprile 2017

"Orfani bianchi" di Antonio Manzini

Lame di luce tagliavano le tende di broccato, 
i quadri antichi alle pareti, i tappeti orientali a terra. 
Ebbe timore di camminarci sopra, di sporcarli. 
Si sentiva fuori luogo, un brufolo sulla schiena di Dio. 

Sarà che siamo tutti uguali, ma c’è qualcuno che è più uguale degli altri e qualcun altro che è sempre e comunque tagliato fuori, un’escrescenza fastidiosa, un inciampo nella società. Eppure, nella solitudine e nella povertà, queste persone cercano la forza per andare avanti, accettano lavori spesso umilianti, in attesa del riscatto, sperando di riprendersi la vita, anche se non sarà sfavillante come quella dei più fortunati, dei ricchi. 
A Mirta, giovane moldava trasferita a Roma a pulire prima androni e scale dei condomini e poi a fare da badante in una famiglia che di lei e di quelli come lei ha solo disprezzo, basta un lavoro dignitoso e sicuro che le consenta di mettere da parte un gruzzoletto e andarsi a riprendere Ilie, il suo bambino rimasto al paese con la nonna anziana. Un incidente tragico costringerà la donna a sistemare Ilie in un Internat, un orfanotrofio in Moldavia, in attesa che qualcosa cambi e con la speranza tenuta fervidamente accesa che il ricongiungimento con il figlio possa non tardare. 
Ilie non è orfano, no: ha la sua mamma lontana che manda i soldi e i giocattoli e i libri, e un padre che è sparito nel nulla quando lui è nato, ma deve stare lo stesso nell’orfanotrofio puzzolente di cavolo e disinfettante, insieme agli orfani veri, lui orfano “bianco”, uno di quelli che hanno i genitori troppo poveri per tenerli con sé. 
Messo da parte per ora Rocco Schiavone, Antonio Manzini ci regala un altro personaggio straordinario, Mirta Mitea, forte e disperata, determinata e coraggiosa, una mater dolorosa che ostinatamente è disposta a sopportare una quotidianità umiliante, avendo l’obiettivo di una rinascita possibile. Mirta crede nell’amicizia, nell’amore e nel lavoro e si scontra continuamente con un mondo che invece è cattivo e incomprensibile. 
Manzini racconta una storia molto triste, probabilmente non dissimile da tante altre vissute quotidianamente da donne che dall'est europeo arrivano in Italia in cerca di un lavoro che conceda loro una svolta: una storia di solitudine e di fatica, il cui epilogo arriva improvviso a colpire come un pugno allo stomaco. 
Alla voce della protagonista si contrappone il silenzio del figlio adolescente, rimasto in Moldavia: i silenzi degli adolescenti spesso dicono più delle parole, quello di Ilie sarà un silenzio che squarcerà il cielo instabile e precario, eppure denso di aspettative, di Mirta. 
Anche lontano dal personaggio che gli ha dato il successo, Manzini fornisce una bella prova narrativa che lo svincola dal vicequestore Schiavone, che quasi vive di vita propria. La prosa di Manzini la conosciamo: scorrevole e piana, stringata e ricca di dialoghi, descrittiva come una sceneggiatura che sia prossima a una messa in scena, prende il lettore e non lo abbandona finché le vicende narrate non si sciolgono, in qualunque modo. 

 
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Orfani bianchi 
Autore: Antonio Manzini 
Dati: 2016, 240 p., rilegato 
Editore: Chiarelettere (collana Narrazioni) 
Prezzo: € 16,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

venerdì 14 aprile 2017

"La vita sconosciuta" di Crocifisso Dentello

Una delle lezioni spaventose che si sperimentano dopo un lutto
è che il dolore non è sempre un grumo nero 
che il tempo riesce a diluire. 

Quel dolore, quel grumo nero, dice Crocifisso Dentello nel suo “La vita sconosciuta”, “può restare intatto e semmai lievitare, occupare sempre più spazio e irrompere improvviso proprio quando ci si illude di averlo tenuto a bada”; è ciò che succede a Ernesto, che si accompagna a uno strazio senza soluzione dopo la morte della moglie Agata: non è solo il dolore per una morte improvvisa, imprevedibile, ma per il protagonista è la pietra tombale sulla sua solitudine, che era tale anche prima della scomparsa della moglie, una donna inaridita dalla fatica e dalla delusione. 
Il romanzo racconta la doppia vita dell’uomo e il suo malcelato equilibrismo tra omosessualità vissuta con famelica frenesia e frustrato legame matrimoniale con Agata: la vicenda, racchiusa in pochi giorni, si sposta su più piani temporali, alla continua ricerca di un passato che possa spiegare le ragioni dell'oggi. 
In quel passato si addensa una passione politica, sfociata per una stagione nei contatti con il terrorismo che aveva infiammato l’Italia degli anni di piombo, quella della lotta armata e delle Brigate Rosse; il periodo dell’impegno politico clandestino è da tempo sepolto nella coscienza di Ernesto, ma non lo era stato in quella di Agata, che in quel credo politico si era spesa totalmente e che per anni aveva alimentato il rancore e la rabbia di non aver visto compiersi la rivoluzione così come tra compagni l’avevano immaginata, desiderata, criminalmente perseguita. 
La divisione e le incomprensioni tra moglie e marito erano passate anche da questo, ma ciononostante Ernesto continua a tenere presente il legame forte con la compagna di una vita, che già da molto prima che lei morisse mal si conciliava con il sesso mercenario consumato dall’uomo nei parchi periferici di Milano e che ancora di più alimenta il senso di colpa, dopo che lei muore. 
Ho letto questo romanzo appena uscito, in un giorno e mezzo, e ne avrei potuto parlare immediatamente, dimostrando di saper stare sul pezzo; le cose non sono andate così, anche per una mia tendenza al non inseguire per forza l’onda mediatica -che pure è lunga e persiste ancora-, tuttavia da quando l’ho chiuso sull’ultima pagina ho sempre rimuginato sulla storia che Dentello narra in questo romanzo duro e spietato, una storia raccontata senza sconti, con un linguaggio crudo e realista, testimonianza di un dolore infinito e senza redenzione. 
Pensavo, tra l’altro, che avrei dovuto scriverne e che sarebbe stato un peccato lasciar passare troppo tempo, com’è successo con il romanzo di Elena Stancanelli, “La femmina nuda”, di cui ho parlato frettolosamente alla fine dell'anno scorso. Non è un caso se associo il romanzo di Dentello a quello di Elena Stancanelli, che a sua volta ho definito vicino a “La separazione del maschio” di Francesco Piccolo, perché entrambi colgono spaccati di vita, narrati nella più confidenziale quotidianità, accomunati dallo stesso senso dell’intendere il sesso, l’amore, il dolore. Quei due romanzi sono in qualche modo fratelli (ricordo che a candidare allo Strega “La femmina nuda” lo scorso anno è stato proprio Piccolo); il romanzo di Dentello si avvicina a loro (“La vita sconosciuta” e il romanzo della Stancanelli sono entrambi editi da La nave di Teseo, il che mi ha fatto pensare a una certa sensibilità dell’editore verso gli argomenti che i due Autori nei loro libri indagano), raccontando un ulteriore aspetto, ancora una sfaccettatura di un modo di vivere le relazioni intime e anche quelle estranee, quelle che ci rendono sconosciuti a noi stessi. 
Per questo motivo, non mi sorprende che l’autore sia incappato in un incidente di percorso, peraltro da lui stesso denunciato dopo che il critico Stefano Gallerani aveva riscontrato una sospetta coincidenza in un brano de “La vita sconosciuta”, fin troppo somigliante –quasi identico- ad uno stralcio de “La separazione del maschio”. Se errore ha fatto Dentello, è stato quello di non annotarsi la fonte di questo brano che tanto lo aveva colpito leggendo il romanzo di Piccolo: il tempo poi ha fatto il suo lavoro, consultando gli appunti di pensieri sparsi, citazioni raccolte, non se n’è ricordata più l’origine e se non se n’è ricordata più l’origine, significa che quel sentire, già scritto e già letto, è identico al suo. Un incidente, sul quale non vale la pena dilungarsi, ma che nemmeno si può far finta che non sia accaduto. 
Piuttosto mi sembra importante rilevare altro: la capacità di spogliare totalmente il personaggio principale della pelle, renderlo così intimamente scoperto e vulnerabile tanto da provocare nel lettore il moto di pietà destinato ai perdenti, o il disprezzo che si riserva ai rinunciatari, agli inetti. 
In ogni caso, qualunque sia il sentimento che si agita nel lettore, l’importante è che un’emozione si manifesti, che una domanda ce la si ponga, che si chiuda il libro con una sensazione, qualunque. Finché un romanzo è capace di smuovere qualcosa dentro chi lo legge (e prima in chi lo scrive), per quel poco che il mio parere può contare -non sono certo un influencer!-, per me è un buon romanzo. 

 
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La vita sconosciuta 
Autore: Crocifisso Dentello 
Dati: 2017, 120 p., brossura 
Editore: La nave di Teseo (collana Oceani) 
Prezzo: € 16,00 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

sabato 8 aprile 2017

"La più amata" di Teresa Ciabatti

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. 
Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, 
deve esserci un’origine, ricordo, collego. 

Non conoscevo Teresa Ciabatti finché non mi sono imbattuta su un suo pezzo di qualche mese fa su La Lettura, inserto settimanale del Corriere della Sera, in cui raccontava di come qualcuno –non ricordo chi- l’avesse bollata come la peggiore scrittrice italiana (l’episodio è ricordato da Antonio D’Orrico su Sette del 10 marzo 2017). La faccenda mi mise in curiosità, ho cominciato a seguire Teresa Ciabatti su Facebook, dove è molto attiva, e ho iniziato a provare simpatia per la sua ostentata, voluta antipatia –falsa, falsissima, ma bisogna essere un po’ cinici per capirlo-, lontana com’ero dall’immaginare che di lì a poco sarebbe uscito il suo ultimo romanzo, “La più amata”, che poi mi sono affrettata a comprare. Una volta reso pubblico l’elenco dei candidati allo Strega, leggerlo è stato conseguenziale nell’immediato, non sia mai che vada a vincere il Premio più ambito in Italia e poi finisce che non lo leggo perché il gran parlare me ne allontana, com’è successo ad esempio con “La ferocia” di Nicola Lagioia o “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo, comprati e non ancora letti. 
Detto ciò, non è che di questo libro non si stia già tanto parlando: un po’ credo sia marketing –e quindi interviste, articoli, recensioni a tambur battente-, un po’ semplicemente discussioni, specie sui social, perché questo è un romanzo che sta facendo molto polemizzare e che mi sembra stia dividendo l’opinione dei lettori che lo stanno molto apprezzando o, viceversa, lo stanno detestando: insomma non sembrano esserci vie di mezzo. 
Leggo, seguo il dibattito, cerco di capire le ragioni di chi trova questa storia noiosa e inutile, ma non mi muovo dall’opinione che invece me ne sono fatta io, scevra da pregiudizi. 
A me questo libro è piaciuto e un indicatore di gradimento è il tempo che ho impiegato a leggerlo, sicuramente anche perché in fondo si tratta di poco più di duecento pagine, ma soprattutto perché mi incuriosiva sapere in che direzione si andava e dove l’Autrice mi avrebbe alla fine condotto: ci ho messo un giorno e mezzo, da cui sottrarre le ore dedicate al lavoro e al sonno. 
In breve, si tratta della ricostruzione della storia della famiglia che il Professore Lorenzo Ciabatti, primario ospedaliero, costruisce con Francesca, mettendo al mondo due gemelli, Gianni (ma il nome vero non è questo, il fratello di Teresa ha chiesto che venisse cambiato) e appunto Teresa, nella provincia toscana, a Orbetello, dove il professore è una personalità in vista, potente e temuta. 
Il racconto, che parte in medias res, è diviso in tre parti, dedicate ciascuna alle tre figure di riferimento della storia, Lorenzo Ciabatti - “il prescelto”, Teresa Ciabatti - “la più amata”, Francesca Fabiani - “la reietta”, a cui si aggiunge una quarta parte dedicata ai “sopravvissuti”. La narrazione procede in disordine, i piani del tempo si intersecano, dando una visione frammentata dell’insieme che però ha una sua unitarietà, proprio in quel suo andare avanti e indietro sulla linea del tempo. 
Si tratta di uno scritto autobiografico dove quello che conta sono le domande, anche se le risposte non sempre arrivano. E se le risposte non arrivano, a un certo punto non importano più, perché ciò che conta è aver fatto un viaggio a ritroso fino a un tempo felice, rotondo e perfetto, pieno di imperfezioni, spigoli e infelicità soffocate, che gli occhi dei bambini non vedono, ma quelli degli adulti sì. 
Al centro di tutto, nonostante quel tutto parta da lui, non c’è il Professore -massone, potente, tirchio, millantatore anche, non attraente ma capace di affascinare-, ma la piccola Teresa che con il padre ha un rapporto di privilegio: è lei la più amata che si sentirà la meno amata quando lui, dopo che la moglie lo lascia per tornare a Roma da dove era partita, piena di speranze e ambizioni -anche lei medico che abbandona la carriera per la famiglia-, svende quasi tutto il patrimonio immobiliare, compresa la stupenda villa al mare con undici bagni, biancheria in tinta per ogni ambiente e piscina in giardino, quando erano in pochi a potersela permettere. 
Anche i ricchi piangono e parecchio e in particolare lo fa Teresa che si accorge che quei privilegi che le sembravano naturali, dovuti e necessari si possono perdere da un momento all’altro, perché a volte le persone cambiano, si ribellano, si oppongono a ciò che non possono capire, cosa che succede a sua madre Francesca, moglie piegata senza che ne abbia consapevolezza, costretta a rinunciare alla sua affermazione personale, curata dall’inevitabile depressione con un sonno lungo un anno, un anno di oblio in cui non vede crescere i suoi figli. Dalle stelle alle stalle è difficile, ma ciò che è più difficile è guardarsi con gli occhi degli altri, per i quali essere una Ciabatti non significa nulla, fuori da Orbetello. 
Cosa mi è piaciuto di questo romanzo? Intanto lo stile, quel raccontare e raccontare anche a se stessa, l'ammiccare al lettore, il dialogarci quasi, il disordine del ricordo in una sintassi ritmata, e poi lo scopo: ho interpretato questa storia come una catarsi, un’analisi finalizzata a far pace con un passato scomodo e con i suoi protagonisti, un modo per mettersi a nudo, per poter vivere un rapporto migliore con il proprio presente. Non so se questa specie di seduta psicanalitica su carta (cosa ricordi, Teresa? Stenditi sul lettino, parti da dove vuoi, prova a pensare alle cose più lontane che rammenti, parla a ruota libera, non importa se non vai in ordine, basta che tiri fuori tutto) sia servita all’Autrice, non so perché non credo che basti. Penso però che serva ai lettori: non occorre riconoscersi nei protagonisti di una storia, lo si fa anche con le figure di contorno le cui personalità, che si svelano in gesti e parole comuni, dicono molto anche di noi.
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La più amata 
Autore: Teresa Ciabatti 
Dati: 2017, 218 p., brossura 
Editore: Mondadori (collana Scrittori italiani e stranieri) 
Prezzo: € 18,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

domenica 2 aprile 2017

"Quando Teresa si arrabbiò con Dio" di Alejandro Jodorowsky

“A-les-san-dro Jo-do-row-sky, per colpa tua siamo dove siamo. 
La follia del Rabbi ci ha condotti alla miseria. 
Qui i consigli del tuo fantasma non valgono niente. 
E io non voglio che continuiamo a vivere come parassiti della colonia ebraica. 
Il passato è passato! Mondo nuovo, vita nuova! 
È l’ultima volta che accetto l’aiuto del mostro. 
Ci schiereremo come vuoi, e saliremo sul colle. 
Vediamo se lassù l’Altissima Canaglia ci dà l’aiuto di cui abbiamo bisogno
in cambio di mezzo copeco. ma ti giuro che se non succede niente 
ti lascio Giacomo e Beniamino, prendo le bambine 
e andiamo in una taverna del porto a fare le puttane per il resto dei nostri giorni!” 

A questo romanzo che mi ha accompagnato per una ventina di giorni non posso che dedicare un post brevissimo, non perché non abbia nulla da dire su questa storia incredibile, ma perché non so proprio da che parte iniziare a parlarne, sentendo forte invece la necessità di comunicare coram populo tutto il mio entusiasmo per la fantasmagorica, surreale epopea familiare che Alejandro Jodorowsky ha immaginato, a partire dall'origine del suo albero genealogico. 
Lo stesso Jodorowsky - artista versatile, direttore di teatro, regista e autore di pièce teatrali, romanzi e film, fumettista, attore, mimo, clown e marionettista- avverte che "Tutti i personaggi, luoghi ed eventi sono reali. Ma questa realtà è trasformata ed esaltata fino a trasformarsi in mito. Il nostro albero genealogico da un lato è un recinto che limita i nostri pensieri, emozioni, desideri e vita materiale, ma dall'altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori"; tuttavia un forte ruolo nel racconto della storia dei Prullansky-Jodorowsky, lo svolge la fantasia irrefrenabile dell’Autore, capace di trasfigurare l’atto della lettura in un momento di assoluta estraniazione, per un pubblico che resta tramortito da tanta vitalità. 
Comica, dissacrante, emozionante e commovente, la lettura di questa saga familiare, popolata da personaggi indimenticabili, mitici, bizzarri e tragici, fa attraversare al lettore tutti i sentimenti possibili, dalla repulsione alla partecipazione, dal divertimento alla meraviglia. 
Per me si è trattato di una scoperta, per cui devo un grazie enorme alla mia amica Carla che a Natale mi ha regalato questo volume, ormai alla diciassettesima edizione in Italia (è stato pubblicato la prima volta nel 1992, in Italia nel 1996): all’inizio ho avuto la sensazione di trovarmi in una nuova Macondo, mi risuonava lo stile di García Márquez respirato in “Cent’anni di solitudine”, ma subito mi sono resa conto che con Jodorowsky non si trattava solo di entrare in un mondo sospeso tra mito e fiaba, ma di salire su un’altalena o di farsi sbatacchiare dalle fruste di un frullatore a immersione. 
Qui c’è tutto: l’interesse, la scaltrezza, la passione, il sesso raccontato senza tabù e con una generosa dose di allegria, l’amore, il desiderio, il sogno, il senso di appartenenza, la mancanza di scrupoli, la pietà, la vita e la morte. 
Una lettura estrema e totalizzante che raccomando fortemente a chi ama le atmosfere oniriche, sperando che il mio trasporto risulti contagioso, consapevole che molto si deve al traduttore, Gianni Guadalupi, per il quale non sarà stata semplice la mimesi dell’arte di Jodorowsky. 
 
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Quando Teresa si arrabbiò con Dio 
Autore: Alejandro Jodorowsky 
Traduttore: Gianni Guadalupi 
Dati: 2013, 331 p., brossura 
Editore: Feltrinelli (collana Universale economica) 
Prezzo: € 9,90 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

mercoledì 29 marzo 2017

"I signori della cenere" di Tersite Rossi

“Affacciatevi alle vostre finestre, adesso, e guardate in strada. 
Lì fuori già marciano uniti uomini e donne 
pronti a prendere in mano il loro destino 
per sottrarlo al piano di morte e devastazione dei Signori della Cenere. 
Sono gli uomini e le donne della Grande Madre. 
Ascoltate il loro messaggio. E unitevi a loro. 
 Perché loro sono come voi. Loro siete voi” 

Non conoscevo il collettivo di scrittura Tersite Rossi, composto da Mattia Maistri e Marco Niro e scoperto da Massimo Carlotto, che nel 2012 ha inserito nella collana Sabot/age delle edizioni e/o il romanzo “Sinistri”, e questa terza prova del suo percorso di scrittura si è inserita in un periodo molto convulso e concentrato di libri, tra blog e gruppi di lettura; tuttavia, nonostante la difficoltà nel districarmi tra tanti impegni, è stata la piacevole occasione per leggere un romanzo che rientra nel genere della narrativa d’inchiesta e che però attraversa e mescola anche altri generi come il romanzo di azione, il mistero, la fantascienza e la fantastoria, e tratta di alta finanza e antiche divinità, con uno stile incalzante e cruento che rasenta la pulp fiction. 
Il tema centrale è imperniato su un grande crimine finalizzato alla globalizzazione, che vedrà nel mercato dell’acqua il principale strumento di potere da parte di un gruppo ristretto di oligarchi, decisi a prendersi il mondo. Tutto questo affonda le radici in un passato molto lontano che risale al XII secolo a.C. a Creta, dove due modelli di civiltà, quello pacifico, femminile o “gilanico”, legato al culto della Dea Madre, e quello guerriero, “maschile”, legato agli Dei Padri, entrano in conflitto. La sconfitta della civiltà di stampo matriarcale ha determinato la storia dell’umanità, che ha visto il prevalere di gerarchie riservate, plasmate sul modello maschile, che hanno nei secoli inseguito il mito della potenza divina a cui si sentono elevati, tanto da non poter accettare il fatto di essere invece inseriti in un ciclo di vita e di morte, in quanto esseri “naturali”. 
Il delirio di onnipotenza che caratterizza l’élite che governa il mondo, si sviluppa nel corso dei secoli fino ai giorni nostri, grazie alle forze occulte che gestiscono i principali centri del potere finanziario e politico: a questo strapotere economico, cercano di opporsi Petra, giovane ricercatrice universitaria che parte delle scoperte sulla società gilanica fatte dalla sua amica Sonia, misteriosamente scomparsa, Lorenzo, trader “pentito”, e il ragionier Colombo, rimasto schiacciato dai meccanismi di profitto che lo escludono dalla vita lavorativa, non considerandolo più utile. 
Il rischio di banalizzare la trama, sintetizzandola brutalmente come ho appena fatto, è molto alto perché in realtà il romanzo è ricco di personaggi, luoghi e situazioni che si intrecciano continuamente, spostando l’attenzione del lettore da una scena all’altra, senza avvertire cesure drastiche che non siano annunciate, ove necessario, perché corrispondenti a passaggi temporali di una certa entità: nel prologo, dal passato lontanissimo nella storia della civiltà umana, ci si sposta rapidamente agli anni cruciali, il 1973 e il 1989, tra Washington e i Pirenei francesi, in cui si prepara il grande complotto che con il tempo consentirà ai potenti di decidere della vita e della morte di tutti gli abitanti del pianeta. Poi l’azione si sposta nei dieci anni tra il 2006 e il 2016 e sono scanditi da capitoli che fluidamente raccontano il procedere nervoso degli eventi. 
Il lungo respiro che attraversa la storia dell’esercizio occulto del potere, si snoda coerentemente fino a rappresentare bene l’idea di un grande mosaico, i cui tasselli trovano posto man mano che la lettura scorre, e concorre a spiegare forse, o meglio a immaginare, la crisi economica che attraversa quest’ultimo decennio: sarà forse un pensiero ardito, forse a Tersite Rossi piace giocare con la fantapolitica, ma anche i pensieri più audaci, quando si tratta di potere e denaro, hanno un loro fondo di verità. 
Bisogna che ci sia grande affinità di stile e immaginazione per lavorare in tandem, disegnando trame complesse e avendo bene in mente cosa si vuole rappresentare, alla fine: sembra che Mattia Maistri e Marco Niro abbiano questa sintonia, che consente loro di presentarsi come un tutt’uno, coeso e con una forte personalità, che li ha fatti diventare Tersite Rossi e apprezzare come tale. 
Consiglio questo romanzo, raccomandando di dedicargli una lettura attenta, per non privarsi dell’inevitabile coinvolgimento emotivo: la vicenda è complessa e intrigante, la narrazione segue fili che si intrecciano in una trama strutturata in modo da caricare il lettore di attese, in un climax che trova scioglimento graduale nelle ultime pagine, dense di tensione. 

 
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I signori della cenere 
Autore: Tersite Rossi 
Dati: 2016, 397 p., brossura 
Editore: Pendragon 
Prezzo: € 16,00 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

mercoledì 22 marzo 2017

"La vegetariana" di Han Kang

«Forse questo è tutto una specie di sogno» 

È proprio un sogno a dare inizio e fine a questo dramma in tre atti, che vede al centro la vicenda di Yeong-hye, la sua caduta nell’abisso dell’autodistruzione che comincia con il rifiuto di mangiare carne a seguito di una visione di sangue, in un bosco oscuro, con le foglie aguzze sugli alberi e i piedi scalzi e feriti. 
Sembra una stranezza innocua, magari transitoria, non più grave del rifiuto di indossare il reggiseno. Invece diventa una scelta integralista, che il marito di Yeong-hye racconta in prima persona in “La vegetariana” titolo della prima parte e di tutto il romanzo, non nascondendo lo sconcerto e l’irritazione per i comportamenti di questa moglie insignificante e ostinata: quella del marito della giovane è una stizza che lievita e che è supportata dalla famiglia di lei, in particolare dal padre, che tenta di affermare la sua autorità tra preoccupazione genitoriale e reazioni violente di fronte al categorico rifiuto della figlia di mangiare carne. Yeong-hye intende far rispettare a tutti quelli che la circondano la sua scelta verso il vegetarianesimo, a costo di allontanarsi da tutti. 
Nel secondo atto, intitolato “La macchia mongolica”, la parola passa al cognato della vegetariana: l’uomo, sposato con la sorella maggiore di Yeong-hye, è un artista che attraversa un periodo di inattività, risvegliato dall’ispirazione che gli viene dalla vista sul corpo di Yeong-hye di una macchia mongolica, detta anche "macchia blu della Mongolia", una voglia di colore bluastro che in genere compare nella zona lombosacrale: quella macchia diventa pistillo di un fiore che l’uomo disegnerà sul corpo nudo della cognata, facendo di lei un’istallazione vivente. Nello stesso tempo l’uomo subisce una forma di attrazione fatale per la donna, che appare ai suoi occhi profondamente diversa da come la descrive il marito, ormai ex. I due parlano un linguaggio loro, veicolato dalla body art, che li vede uniti in amplessi famelici, quando anche l’uomo si sarà fatto dipingere il corpo per potersi unire a lei. 
La terza parte, “Fiamme verdi”, alla quale si arriva con il precipitare degli eventi narrati nella seconda parte, ha come voce narrante quella di In-hye, la sorella della protagonista, che si fa carico, con rassegnazione, della malattia psichiatrica che ormai ha ridotto Yeong-hye a un vegetale, convinto di poter essere una pianta che ha bisogno dell’acqua e di null’altro. 
Immagini crude accompagnano il racconto di In-hye, in un crescendo di disperazione che stringe il lettore in una spirale di dolore per cui è impossibile restare indifferenti. 
L’Autrice seziona i legami familiari, che sembrano all’origine del malessere della vegetariana, che soffre della brutalità del mondo, quella durezza che consiste anche nell’autoritarismo del padre e nell’indifferenza del marito. La protagonista passa dalla presa di coscienza della natura umana, istintivamente violenta e sanguigna, al volersi estraniare fino a diventare pianta e aria, inconsistente e senza sangue, attraverso il rifiuto della carne, fino a qualunque tipo di cibo, in un vortice devastante. 
È un libro molto duro, che tratta un argomento che Han Kang aveva già iniziato a esplorare nel 1997 in una storia, “Il frutto della mia donna”, che racconta di una donna che si trasforma in una pianta di cui il marito sceglie di prendersi cura: sentendo di non aver esaurito il tema, l’Autrice lo affronta nuovamente con questo romanzo, uscito in Corea nel 2007 e pubblicato lo scorso anno da Adelphi, in Italia, tornando alla ribalta come caso letterario, insignito del Man Booker International Prize per la narrativa 2016. 
Lo stile di Han Kang è lineare, ricco di dialoghi e descrizioni. A parlare, anche dei propri pensieri in lunghe sequenze introspettive, sono i personaggi che circondano la protagonista, la cui voce è riservata alle parti in corsivo nel primo atto, in cui Yeong-hye parla delle circostanze in cui le sue scelte -che appaiono alla sua famiglia tanto stravaganti- sono maturate, dei sogni angosciosi, della sua incapacità di comprendere l’incapacità di comprendere del marito. 
Per conoscere meglio l’Autrice e la storia di questo romanzo, consiglio questa videointervista dal portale letteratura.rai.it.  


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La vegetariana 
Autore: Han Kang 
Traduttore: Milena Zemira Ciccimarra 
Dati: 2016, 177 p., brossura 
Editore: Adelphi 
Prezzo: € 18,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

martedì 14 marzo 2017

Ultime letture con #LeggoNobel

È decisamente un periodo strano questo, denso senz’altro di letture delle quali non ho il tempo di parlare. Lo faccio per i libri letti con #LeggoNobel in un post collettivo, come ho fatto altre volte in cui ho riunito le impressioni tratte da più letture che si sono avvicendate – anche in contemporanea- in un lasso di tempo relativamente breve. 
Mi riservo invece di scrivere prossimamente in maniera più approfondita di due letture in particolare che mi hanno colpito nel profondo, La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang (Adelphi, 2016) e La vita sconosciuta di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo, 2017), mentre di Sono cose da grandi, lunga lettera che Simona Sparaco scrive al figlio di quattro anni, indagando le ragioni dei propri timori di mamma e delle speranze per il futuro del piccolo Diego (Einaudi, 2017) spero di parlare presto su lostruzzoascuola.it

Con il gruppo #LeggoNobel negli ultimi mesi abbiamo incontrato due autori, molto distanti nel tempo e nello spazio. La lettura che, in social condivisione con gli Scratchreaders su Facebook, ci ha impegnato tra gennaio e febbraio è stata Furore di John Steinbeck. 
La storia della famiglia Joad, costretta a lasciare la propria terra per raggiungere un paradiso più immaginato e sognato che effettivamente incontrato, in California, è la stessa di altri disperati, vittime di quella particolare congiuntura economica e sociale che vide tante famiglie americane precipitare nell’indigenza più nera, negli anni della Grande Depressione. 
Ai capitoli dove i Joad e le loro disavventure sono assoluti protagonisti, si alternano i passi corali, dove il paesaggio diventa personaggio e la varia umanità parla con voce unanime. In modo particolare sono stata colpita dal capitolo 15, dove quasi è possibile visualizzare il tipico locale americano dove ci si ferma per il breakfast: la lunga parentesi all'interno di un locale della Route 66, con Mae, o Minnie, o Susy, che serve caffè e torta alla crema di banane, mi ha conquistato, facendomi tornare in mente la Holt della trilogia della pianura di Kent Haruf. Ma potrei ricordare molti altri passaggi che hanno reso la lettura appassionante. 
I personaggi disegnati da Steinbeck sono potenti, soprattutto Ma' e forse un po' tutte le donne che, anche quando piagnucolanti come sua figlia Roseharn, poi sono capaci di grandi gesti coraggiosi, fino ad arrivare a finali inaspettati che lasciano il lettore spiazzato. 
Anche in questo caso è stato un felice ritrovare lo scrittore già apprezzato da ragazza quando lessi La valle dell’Eden, scovato nella ricca biblioteca di mia zia e letto nei lunghi pomeriggi roventi dell’estate salentina, molti anni fa. 

Il secondo autore letto con gli amici che seguono il gruppo di lettura dedicato ai premi Nobel per la Letteratura è stato Dario Fo, primo tra i Nobel italiani che abbiamo scelto, anche per omaggiarlo a pochi mesi dalla scomparsa. Per scelta di Valentina Accardi e mia, il progetto #LeggoNobel previlegia gli scrittori in prosa, lasciando quindi da parte quelli che si sono distinti per la poesia, il teatro e la saggistica (motivo per il quale sono esclusi, almeno per ora, Giosuè Carducci, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, tra gli italiani); tuttavia Dario Fo, pur essendo conosciuto soprattutto per aver scritto e portato in scena testi teatrali, ha scritto anche romanzi. Tra questi la preferenza è caduta su Razza di zingaro (Chiarelettere, 2016), la storia di Johann Trollmann, pugile sinti nella Germania nazista, campione del mondo dei mediomassimi a cui verrà negato il titolo perché è uno zingaro. Il titolo sarà poi restituito ai suoi familiari sopravvissuti, molti anni dopo la sua morte in un campo di concentramento, ma di questo epilogo non c’è traccia nel romanzo di Fo, come di tanti altri aspetti rigorosamente storici. Viceversa il racconto è molto immaginato nei dialoghi, che occupano sequenze importanti per la maggior parte del testo, molto sceneggiato in uno stile fin troppo semplice. Dario Fo racconta come se stesse sul palco e in questa sua caratteristica mi ha fatto tornare in mente la biografia umana e artistica di Maria Callas, portata in scena con Paola Cortellesi in quello che credo sia stato il suo ultimo spettacolo, Callas scritto con Franca Rame; ma a teatro è un'altra cosa, c’è la presenza scenica, la mimica, la voce in tutte le sue variazioni. Forse il mio giudizio, non particolarmente entusiasta, è influenzato dalla lettura di Alla fine di ogni cosa di Mauro Garofalo, ricostruzione fedele della drammatica storia di Rukeli. Ho apprezzato molto invece le tavole, i dipinti di Fo, e l'edizione Chiarelettere particolarmente pregiata.
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Razza di zingaro
Autore: Dario Fo
Dati: 2016, 160 p., brossura 
Editore: Chiarelettere
a c. di Chiara Porro e Jacopo Zerbo
Prezzo: € 16,90 
Giudizio su Goodreads: 3 stelline 

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Furore
Autore: John Steinback
Traduttore: Sergio C. Perroni
Dati: 1940/2016, 637 p., brossura 
Editore: Bompiani (collana Classici Contemporanei Bompiani) 
Prezzo: € 14,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

sabato 4 marzo 2017

"Neve, cane, piede" di Claudio Morandini

In quegli anni di guerra Adelmo Farandola 
ha imparato il conforto di parlarsi da solo
e di immaginare le voci delle bestie e delle cose pronte a rispondergli. 
In quegli anni ha imparato a non sentire il freddo e a ignorare la fame,
prendendo l’uno e l’altra a male parole,
sfidandoli in interminabili tenzoni di retorica e insulti. 

Bello entrare in classifica e ancora più bello restarci, dicono. A volte però bisogna riconoscere che alcuni libri devono diventare protagonisti di piccoli miracoli per entrare nelle classifiche settimanali dei libri più venduti e se non ci restano non è certo perché non lo meritino, ma solo perché dette classifiche sono determinate da dinamiche difficili da comprendere, considerando anche il fatto che spesso non coincidono tra le varie, pur autorevoli, testate che le pubblicano. 
Che cosa ha portato in classifica la settimana scorsa “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini, un romanzo breve uscito nel 2015 e mai scomparso dall’attenzione del pubblico che segue la piccola e media editoria a cui si può assimilare Exòrma? C’è voluta la “rivoluzione gentile” promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere e Modus Legendi, un’iniziativa che mira a sfidare le classifiche di vendita per portare alla ribalta le scelte alternative -rispetto al mercato corrente- di lettori consapevoli che dal basso promuovono, con l’acquisto in una determinata settimana, il libro che risulta vincitore tra una cinquina di titoli, tutti votati sul forum di Ultima Pagina
Una specie di festa dei libri, dei lettori e degli editori indipendenti che coinvolge molti appassionati, sostenuta da Loredana Lipperini su La Repubblica, Sabina Minardi su L‘Espresso, Francesco Musolino sul Fatto Quotidiano e Paolo di Paolo su La Stampa, solo per fare qualche nome, ai quali mi piace aggiungere quello di Mattia Pianezzi che su romaitalialab.it scrive che “Modus Legendi non si accontenta di ‘mandare un libro di una piccola in classifica’, come se fosse uno sgarro alla grande distribuzione editoriale; il progetto è più ambizioso e proiettato nel tempo, ed ha l’obiettivo tosto ma non impossibile di creare un piccolo bug editoriale, di far spostare il focus delle grandi case editrici dai lettori casuali ai lettori forti, che si sentono messi in secondo piano dall’editoria maggiore”. 
Ho quindi aderito con entusiasmo all’iniziativa e ho comprato “Neve, cane, piede” nella “settimana santa”, come sono stati chiamati i giorni in cui si sarebbe monitorata la vendita del libro scelto dai billini; l’ho poi letto in un giorno e mezzo, sentendomi catapultata nel mondo solitario e allucinato di Adelmo Farandola, vecchio eremita che vive tra i monti, dai quali scende solo per fare le provviste per l’inverno all’emporio del paese, a valle. 
Adelmo, abituato a stare da solo, quasi non conosce il suono della propria voce e tuttavia imbastisce dialoghi con oggetti e animali, con la Fame e il Freddo. Dialoga anche con lo strano cane che un bel giorno si presenta nei pressi della spelonca in cui l’uomo vive: il cane, brutto ma come tutti i cani disposto a prendersi anche le bastonate e i calci da chi sente essere la “sua” persona, si fa accettare e divide con Adelmo lo stesso freddo e la stessa fame. 
Adelmo e il cane vivono in un mondo a parte, un mondo al quale incautamente si avvicina un giovane guardacaccia, che cerca di stabilire un contatto con il vecchio scontroso, con il risultato che spetta al lettore scoprire. 
E il piede del titolo? Il piede affiora dal gelido candore che avvolge la vita di Adelmo durante un inverno che più rigido non si può ricordare, appartiene a qualcuno che forse è stato travolto da una valanga più a monte del punto in cui appare nel bianco e il vecchio lo tratta quasi come se invece di essere solo un pezzo di qualcuno, fosse proprio un qualcuno di per sé, in quanto piede: le allucinazioni dell’uomo affondano nella neve, insieme alla solitudine e all'incapacità di comunicare se non tra emarginati, in dialoghi tra immaginario e realismo. 
“Neve, cane, piede” è un romanzo che si legge velocemente, soffuso di una malinconia che scivola nell’ironia di alcune situazioni e nella sensazione di profondo isolamento che è proprio degli spostati, degli incompresi, di chi è emarginato forse per scelta altrui: Adelmo è una specie di orso, che sembra mansueto, ma dal quale puoi aspettarti lo scarto di un gesto inconsulto e violento, un personaggio che non ispira simpatia, per il quale non soffri e che osservi a distanza e con curiosità per capire cosa farà, come se la caverà con quella fame che se lo mangia vivo e le provviste che sono finite, ammesso che le abbia mai fatte davvero, e le croste del suo stesso sudicio che gli fanno da corazza e lo proteggono dal mondo. 
Mentre leggevo mi chiedevo cosa avesse ispirato Morandini a scrivere un racconto del genere e le risposte sono arrivate alla fine, in una nota dell’Autore dal titolo “Storia di questa storia”: Adelmo esiste, anche se il nome è di fantasia, anzi esistono tanti Adelmo nelle vallate alpine, uomini sui quali si tramandano racconti al limite del leggendario, eremiti non sempre selvatici che ogni tanto si concedono un’apparizione in paese, tra le persone “civili” con cui scambiano qualche parola. 
Morandini ha incontrato il suo Adelmo quando, durante una salita in montagna, è stato raggiunto da una pioggia di pigne e sassi lanciate da un vecchio che in questo modo mirava a salvaguardare il suo spazio vitale, nel quale non voleva intrusioni di sorta. Questa nota conclusiva sulla storia vale quanto tutta la storia stessa, perché racconta della genesi di un racconto, dello stimolo che serve per accendere la fantasia e della sensazione di appartenenza che lega una vicenda a chi la racconta.

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Neve, cane, piede 
Autore: Claudio Morandini 
Dati: 2015, 138 p., brossura 
Editore: Exòrma (collana quisiscrivemale) 
Prezzo: € 13,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

venerdì 24 febbraio 2017

"Il vecchio frantoio" di Lucio Causo

 
Photo Mauro Minutello

A mezzogiorno, Luca e Antonella presero il pranzo per il nonno Vito che stava lavorando nel frantoio di famiglia nei pressi dell’oliveto. La giornata era bella. Anche se faceva freddo, il cielo era sereno e tutt’intorno regnava la tranquillità. 
Oltrepassata la strada provinciale, s’inoltrarono lungo i sentieri umidi della campagna, tra gli arbusti e l’erba alta che coprivano i muretti a secco. 
Dopo avere percorso un breve tratto di strada in terra battuta, si trovarono in un grande spiazzo, in mezzo a secolari alberi d’ulivo. 
Videro il portone del vecchio frantoio ed entrarono. Era un locale grande e scuro, con una vasca di pietra al centro e, sopra, una possente macina. Un somaro, docile e paziente, girava intorno alla vasca legato ad una trave che faceva girare la mola senza fermarsi. La macina lenta e sicura frantumava le olive gonfie e nere, e preparava la spremitura dell’olio… 
Un grande camino, rosso di carboni ardenti, scaldava l’aria fredda di dicembre. Luca e Antonella, dopo aver salutato, porsero al nonno una gamella piena di verdura con pasta e fagioli. Vito mangiò con gusto e bevve generosamente il suo vino rosso. 
Dopo essersi saziato, tagliò due fette di pane dalla grossa pagnotta; l’abbrustolì sul fuoco, ci passò sopra uno spicchio di aglio tagliato a metà e poi versò dell’olio da un pentolino. Era verde, denso e profumato. 
- Mangiate il pane caldo con l’olio delle nostre olive. Vi riscalderà! - disse. 
Luca prese la fetta di pane gocciolante di olio. L’addentò… Disse che non aveva mai mangiato del cibo così buono. Aveva l’odore dei campi e degli ulivi, il colore del fuoco che ardeva. Aveva il sapore pieno del lavoro paziente dell’uomo e del docile somaro che spingeva la mola per schiacciare le olive. 
Era saporito, dolce e amaro. 
- Grazie, nonno, il tuo olio è sempre più buono! - disse Antonella dopo aver mangiato la grossa fetta di pane abbrustolito condita con l’aglio e l’olio appena spremuto. 
Vito accese la sua pipa con un tizzone della brace e si mise a chiacchierare con i giovani e con il nachiro presente. 
Parlarono del tempo, del vecchio frantoio ancora funzionante, delle nuove tecniche in uso nel settore e della purezza dell’olio. 
Poi Luca e la fidanzata, dopo aver salutato il nonno e i contadini intenti a svuotare i sacchi pieni di olive nel deposito, uscirono dall’oscurità del frantoio all’aria aperta, abbagliati dalla luce viva del sole dicembrino e dal colore dei campi. 
Respirarono a pieni polmoni l’aria fresca e profumata di terra rossa ed erba bagnata, di fiori, di alberi e di piante che emanavano odori freschi e particolari che solo in campagna si potevano sentire. 
Si presero sottobraccio avviandosi felici verso casa godendo di quella pace, quel profumo e quel sapore di cose buone. 

©Lucio Causo
Soundtrack: AllaBua, "Lucernaru"

giovedì 16 febbraio 2017

"Il nido" di Tim Winton

Ti amo, mormorò lui. 
Smettila! 
Scusa. 
Dio, sei proprio un tipo strano. 
Immagino di sì. 
E l’amore non aiuta. Credimi. 
Ma Keely non poteva crederle. Anche se i fatti le davano ragione, non poteva rinunciare a quell’ultimo brandello di fiducia. L’amore, da qualche parte, doveva servire a qualcosa, altrimenti davvero si sarebbe buttato dalla finestra. 

Un incontro casuale cambia la vita a Tom Keely, attivista ambientalista che, perso il lavoro e divorziato dalla moglie, trascina un'esistenza senza scopi. Gemma e suo nipote Kai lo costringeranno a diventare di nuovo protagonista, nel tentativo di risolvere la vita sbagliata della donna e di salvare il futuro del bambino. 
Eppure all’inizio non sono altro che “una donna sola. Un bambino senza amici. E un uomo allo sbando”, le cui esistenze però finiranno con l’intrecciarsi fino a farli diventare necessari gli uni agli altri, nonostante le intenzioni vadano altrove. Soprattutto Tom da subito è contrariato (“Pensò a quanto si era impegnato, negli ultimi mesi, per garantire la sua privacy, in modo che nessuno, amico o nemico che fosse, potesse venire a commiserarlo, a sfotterlo, ad accusarlo, a fargli la predica, a provocarlo o a metterlo sotto interrogatorio. Era l’unica cosa, tra tutte, che non lo deprimeva fino alla nausea. E adesso si ritrovava in cucina quella donna, quella persona quasi sconosciuta, che si mangiava la sua cena e gli dava pure dello snob. Era arrabbiato con se stesso, furioso per aver commesso un errore così gigantesco, consentendole di entrare nel suo appartamento, nella sua testa, nella sua vita del cazzo.”), lui così chiuso, nascosto dietro l’odio verso se stesso, in attesa di assolversi, considerando un errore, un grande errore, la sua stessa vita. 
Abituato alla logica della sconfitta, a rischio di una deriva di autocompatimento, mantiene pochi contatti con la sorella e la madre, nel ricordo di un padre la cui personalità ingombrante ha in qualche modo condizionato il suo esserne diverso, discosto da quel modello a suo modo irraggiungibile (“Malgrado tutti i trionfi di Keely come attivista, le foreste che era riuscito a salvare, gli scarichi abusivi che aveva denunciato e le specie che aveva protetto, di lì a trent’anni nessuno avrebbe più parlato di lui. Mentre suo padre aveva varcato i confini della propria classe di appartenenza, rifiutando di adeguarsi allo stampo della sua generazione”). 
A smuovere Tom dall’apatia e dalla rassegnazione arrivano quindi Kai, bambino con il quale la comunicazione è difficoltosa, a meno che non gli si parli di pennuti, e sua nonna Gemma, bellezza sfiorita di poco più di quarant’anni che ha in custodia il nipotino, mentre la sua giovanissima figlia si trova in carcere. Il pericolo di perdere il bambino costringe Gemma a una serie di iniziative che coinvolgeranno Tom, a cui lo legano i ricordi di un’infanzia infelice che nella famiglia di lui aveva trovato conforto e un’attrazione ondivaga, fatta di desiderio che si accende repentinamente, per trasformarsi altrettanto rapidamente in avversione. 
Diviso in tre parti, la prima più lunga delle altre, il romanzo va in crescendo: ha un inizio lento, in linea con il ritmo delle giornate del protagonista principale, e una buona metà si concentra sulla descrizione del tempo che quest’uomo trascorre, in mezzo ai piatti sporchi che accumula nel lavandino, indolente al punto da vivere in una specie di limbo sudicio e soffocante, uscendo lo stretto necessario, per arrivare al massimo al caffè di Bub vicino casa; il ritmo si fa incalzante nelle due parti successive, quando il ruolo di Gemma e delle vicende in cui trascina Tom si fa preminente e fino alla fine coinvolge il lettore in una girandola di disavventure che si fanno sempre più inquietanti. 
Lo stile dello scrittore australiano è serrato, il linguaggio essenziale, i caratteri dei personaggi, delineati precisamente, si stagliano in un paesaggio squallido come solo certi complessi residenziali di scarso valore urbanistico possono essere e la voce di chi è ai margini si erge prepotente, chiedendo attenzione. 
La capacità mimetica dell’Autore consente al lettore di immergersi totalmente nelle vicende narrate, tanto che restare indifferente alla potenza di personaggi diventa impossibile, nonostante nulla abbiano di eroico e nulla solletichino dell’immaginario. 
Non stupisce che The Times abbia definito “Il nido” un grande romanzo e Tim Winton un grande romanziere. 
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Il nido 
Autore: Tim Winton 
Traduttore: Stefano Tummolini 
Dati: 2017, 442 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 19,50 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 9 febbraio 2017

"Occhio di capra" di Leonardo Sciascia

SAPIDDRU (ma dai più pronunciato «sopiddru»). 
Sapi iddru: sa lui. 
Tra il «non lo so» e il «lo sa Iddio». 
E «iddru» è forse Lui, che tutto sa. 
Noi nulla sappiamo. 

Il mio primo libro di Sciascia, letto da ragazzina, è stato “A ciascuno il suo”, in un’edizione Einaudi, collana Letture per la scuola media, che non so nemmeno se esista ancora. A seguire lessi “Il giorno della civetta”, sempre Einaudi, per la stessa collana che negli anni Settanta ha avuto il merito di far leggere opere fondamentali a tanti adolescenti, in virtù anche di quella “ora di narrativa” che, alle scuole medie, regalava uno spazio settimanale importante: per molti della mia generazione, che aveva molti meno stimoli rispetto a quelli che hanno oggi i ragazzi, è stata un trampolino considerevole verso la conoscenza di tanti autori della nostra letteratura contemporanea e quella collana di Einaudi ha svolto un ruolo importante, con proposte editoriali efficaci, molte delle quali rappresentano i primi esemplari di quella che nel tempo sarebbe diventata la mia ricca biblioteca personale. 
Oggi le occasioni per leggere a scuola autori contemporanei si riducono alle scelte antologiche operate dagli insegnanti e dall’editoria scolastica (un racconto che si incontra spesso nelle antologie di primo biennio è “Il lungo viaggio”, tratto dalla raccolta “Il mare colore del vino”, che narra del viaggio pieno di speranza di un gruppo di contadini che sperano di poter emigrare in America, a Nuovaiorche, ai primi del Novecento, e pagano un individuo equivoco per un trasporto che durerà undici notti e che li vedrà sbarcare a Gela, dopo aver praticamente girato a vuoto nel mare), oppure a progetti particolari: scomparsa in pratica l’ora di narrativa, per una contrazione del tempo che si concentra quindi su attività di analisi testuale gradatamente sempre più complesse, piuttosto che alla lettura per il piacere della lettura, le opportunità di incontrare romanzi importanti del secondo Novecento si riducono al nulla, quasi, con l’aggravante che, anche negli anni successivi, lo studio della storia letteraria esclude gli autori più vicini alla nostra epoca, relegandoli a letture episodiche. Posso dunque affermare, con buona pace dei legislatori e dei pedagogisti che nel corso dei decenni hanno lavorato affinché il tempo dedicato allo studio dell’Italiano fosse sempre più ridotto, di aver avuto la buona fortuna di aver frequentato “le medie” nel pieno degli anni Settanta, prima che iniziasse l’opera di smantellamento della scuola pubblica. 
I miei primi approcci con Leonardo Sciascia sono quindi da attribuire alle sue opere più importanti, o almeno alle più note, e prendono origine dall’esperienza scolastica. Nel frattempo le storie e lo stile dello scrittore di Racalmuto mi avevano conquistato e negli anni mi sono trovata spesso ad acquistarne i libri, che sono andati a incrementare il mio “palchetto Sciascia”. Pensavo di averne letti tanti, di essere una buona conoscitrice della narrativa di Sciascia, ma mi sono resa conto che la sua produzione in realtà conta molti titoli che mi erano del tutto sconosciuti, non avendoli mai sentiti nemmeno citare. Così mi sono data il compito, per questo 2017, di acquistare i libri che non possiedo ancora e di leggerne uno al mese, proprio come dovere civile, considerando i temi che Sciascia ha trattato nei suoi romanzi, la mafia in primis, le sue collusioni con la politica, la corruzione, spesso scegliendo la struttura narrativa tipica del romanzo giallo, e senza dimenticare la sua produzione saggistica. 
Il primo dei libri che ho scelto di leggere nel mese di gennaio, scelto assolutamente a caso senza avere la minima idea di cosa trattasse, non è un romanzo e anche come saggio diventa difficile etichettarlo. Direi che “Occhio di capra” è un omaggio, un atto d’amore che Leonardo Sciascia ha fatto alla sua terra e più precisamente al luogo in cui è nato, quella Racalmuto dell’entroterra agrigentino, tanto vicina ai luoghi di Pirandello e di Rosso di San Secondo, della quale esplora la lingua nei suoi detti popolari. 
“Isola nell’isola” è Racalmuto (l’antico villaggio arabo Rahal-maut), al pari di altre “isole” dentro l’isola Sicilia, lontana dal mare, desolata e allo stesso tempo sorgente di notizie, coacervo di esperienze umane, centro di varia umanità che rappresenta, agli occhi del suo forse più illustre figlio, la fonte delle storie che egli racconta nello spiegare l’origine di alcune parole dialettali o di certi modi di dire popolari. 
Sciascia afferma, nella “notizia” che apre il volumetto, di conoscere il suo paese da prima di sempre, un po’ come dice di se stesso -e di Buenos Aires- lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. E alla “storia minima” di Racalmuto, Sciascia dedica la sua attenzione (“Forse è a questa storia minima che io debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande”, scriveva a proposito di “Occhio di capra”).
In ordine alfabetico, l’Autore riporta la traduzione e l’origine -a volte anche strettamente etimologica più spesso da ravvisare in un episodio, un personaggio, un’arguzia- di parole e unità fraseologiche dialettali: tra lessico e etnografia, Sciascia delinea ipotesi strettamente linguistiche, ricostruisce e attribuisce alla cultura popolare il radicarsi di espressioni tipiche in epoche diverse, e lontane nel tempo tanto da perdersi forse nella memoria collettiva, così da esigere che qualcuno le restituisca al patrimonio di ricordi che identificano una comunità di parlanti. 
Divertente e acuto, “Occhio di capra” è un viaggio nella lingua, anzi in una delle lingue della Sicilia. Di particolare interesse per i linguisti, a titolo di mera curiosità, è la nota finale sulla grafia, spesso insufficiente a rappresentare certi suoni come la cacuminalizzazione della laterale intensa in nessi come –ll- > -dd-, ma dice Sciascia solo perché manca il segno a rappresentare una “remora della glottide”. 
Una buona idea è acquistare adesso questo libro, approfittando dello sconto del 25% che Adelphi applica in questo periodo per i tascabili: in questo caso il prezzo scende a soli 9 euro, davvero ben spesi. 

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Occhio di capra 
Autore: Leonardo Sciascia 
Dati: 1990, 150 p., brossura 
Editore: Adelphi (collana Piccola Biblioteca) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 3 febbraio 2017

"Ore 10, lezione di Fedez (e Rovazzi)" di Elvio Calderoni

 
Photo Vanity Fair

Parlare ai ragazzi, risultare credibili. 
Accoglienti per poi entrare, con loro, nei fenomeni della contemporaneità, al centro. 
Entrare, quindi, nelle loro stanze, accomodarsi sui loro sogni, migliorarli, migliorarli, migliorarli. 
Inserire nel programma, accanto a Dante, Leopardi e all'analisi logica, l'analisi del testo di VORREI MA NON POSTO è una necessità complessa, un imperativo di antipurismo, atto non a consacrare nessuno o ad abbassare ogni livello, ma una sorta di captatio benevolentiae più eversiva del contenuto stesso dei brani di Fedez (e Rovazzi ) che sono assai più eversivi di quanto un orecchio superficiale potrebbe credere. 
E tra le orecchie superficiali potremmo inserire, a buon diritto, quelle dei ragazzi non opportunamente guidati. 
Fedez non è un nemico da abbattere, ma un idolo con cui fare i conti. 
Se analizzassimo in classe (seconda media ) Caparezza non sortiremmo lo stesso effetto. Dobbiamo invece analizzare chi popola i sogni dei ragazzi, non chi parla a un pubblico già coltivato, smontare, pezzo per pezzo, frase per frase, contenuto e forma (ricca, dichiariamolo subito, ricca ) del pezzo. Trattarlo come nell'ora precedente abbiamo trattato Dante: struttura, rime, metro, lessico, area semantica, figure retoriche, contenuto, extratesto. Fedez (ok, non solo lui, tutto il mondo rap ma il primo interesse è arrivare velocemente al risultato!) gioca con le figure retoriche di suono mostrando una vena compositiva non sciocca: calembour, paronomasie, allitterazioni, figure etimologiche, nuove locuzioni ( potremmo azzardare gli hapax!), e fin qui nulla di particolarmente riflessivo in senso eversivo. La vera partita si giocherà con il contenuto! “Ogni ricordo è più importante condividerlo che viverlo” è la frase chiave che fotografa, sintetizzandolo, il vuoto filtrato dallo schermo che dimora questi tempi, li velocizza, li consuma, provocando mostri e nevrosi, vizi e incapacità relazionali. Forse l'hanno detto in molti, anzi certamente, ma nessuno così e nessuno così “dentro” questo sistema, tanto da rischiare la scarsa credibilità. Ma l'ambiguità di Fedez (e di Rovazzi) è la sua forza, molta autoironia e una buona dose di incoerenza tali da non allontanare le contraddizioni adolescenziali. Il linguaggio è il loro: selfie, porno, i phone, blog, post, e passaggi portatori di una qualche densità: 
“E se lei t'attacca un virus 

Basta prendersi il Norton 

Tutto questo navigare senza trovare un porto 

Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto 

Che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo"
Dunque? Demonizzare questi contenuti ? Ignorarli? Parliamone, invece. Smontiamoli se è il caso, approfondiamoli, sfondiamo cover e schermi piatti, dimostrando ai ragazzi che sotto il tatuaggio può esserci un mondo. Non sempre. 
Ma la possibilità concediamogliela. 
E concediamocela, senza perdere il treno della contemporaneità. 
La cattedra ha l'obbligo morale della puntualità e chi fosse preoccupato di Fedez che invade la scuola, ebbene, è l'esatto contrario: è la scuola che, armi e bagagli, invade Fedez. 
Una rivoluzione copernicana? 

©Elvio Calderoni

Soundtrack: "Vorrei ma non posto" di J-AX & Fedez

venerdì 27 gennaio 2017

#LaTregua: Primo Levi, una lettura con TwLetteratura

Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, tornavamo in tre. 
E quanto avevamo perduto in quei venti mesi? 
Che cosa avremmo ritrovato a casa? 
Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? 
Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? 

Conservavo da anni l’edizione del 2003 di “La tregua” di Primo Levi, inserita nella collana I grandi romanzi italiani, di RCS Libri per il Corriere della Sera. L’edizione originale risale al 1963 presso l’editore Einaudi -che continua a proporla-, e i dati che inserisco qui sono relativi all’ultima edizione, quella che hanno acquistato i miei alunni per leggerla con TwLetteratura.
L’occasione di conoscere questo importante libro di Primo Levi, considerato il suo capolavoro anche se probabilmente è più famoso “Se questo è un uomo”, per l’appunto è arrivata con il progetto che la comunità di TwLetteratura ha proposto, con un fine che va molto al di là della semplice lettura di questo doloroso racconto autobiografico e che risiede in una riflessione più ampia sul dramma dei migranti di ieri e di oggi. 
Il risultato dell’esperienza appena conclusa sono 127 classi distribuite in 51 scuole, sparse in 31 città, un bel numero di ragazzi, a cui si aggiungono i loro insegnanti e tutto il resto dei lettori svincolati dalla scuola, che hanno animato profondi momenti di condivisione, racchiusi in una serie di raccolte di tweet consultabili qui
‘Romanzo picaresco’ è stato definito e probabilmente così si può considerare davvero: il racconto di un ritorno, il diario del viaggio che, dopo l’internamento ad Auschwitz, Primo Levi affronta verso Torino, verso casa. Non solo biografia, ma racconto corale, dove varie umanità si incontrano in uno scenario che è distruzione e desolazione, fame e freddo, noia e incertezza, trovate ingegnose e arte di arrangiarsi, avventura e timori in un’Europa in rovina, attraverso un percorso tortuoso che tocca la Russia, la Romania, l'Ungheria, e infine l'Austria. 
Più volte, leggendo e provando a immaginare spazi e tempi, il freddo e l’umidità, ci siamo chiesti, io e i miei alunni, che sapore avrà avuto, una volta a casa, il cibo di nuovo disponibile sulla mensa, diverso da quello razionato dei campi profughi. Che sensazione sarà stata quella di riposare di nuovo tra candide lenzuola, su confortevoli materassi, finalmente al caldo. Come è possibile che sia tanto difficile riconoscere il privilegio di godere di piccole cose, quasi scontate, che anche oggi, molti non possono avere? Queste e molte altre sono le domande che si affacciano alla mente, a distanza di oltre settanta anni dagli avvenimenti narrati da chi dall’inferno è uscito ancora vivo, nel tentativo inutile di capire ciò che difficilmente si può anche solo immaginare: se da tanto tempo le domande sono sempre le stesse e se forte è il dovere di ricordare anche ciò che non si riesce a comprendere nelle sue ragioni più profonde, ancora di più oggi è importante riflettere sulle condizioni che opprimono molte popolazioni, in diverse parti del mondo dove si combattono guerre e si consumano massacri di innocenti. 
Non è quindi difficile capire perché leggere oggi “La tregua” assuma un valore particolarmente importante. La risposta la danno gli stessi amici di TwLetteratura, ed è la risposta contenuta nella domanda che hanno posto ai lettori e ai “riscrittori” di Twitter e Betwyll: “Che cosa accomuna il viaggio che Primo Levi dovette compiere nel 1945, di ritorno da Auschwitz verso Torino, attraversando in nove mesi una decina di paesi europei, con il viaggio dei rifugiati che oggi scappano dalla guerra in Eritrea, in Siria o in Afghanistan, o con il viaggio dei migranti che abbandonano l’Africa o il Medio Oriente alla ricerca di un luogo in Europa in cui costruire il futuro? Non certo le ragioni del viaggio, poiché quello di Levi fu un viaggio di ritorno dalla deportazione e dall’internamento, mentre quello dei rifugiati e dei migranti di oggi è un viaggio di andata; bensì, la speranza di giustizia.” 
C’è una comunità di intenti che unisce l’esperienza passata a quella attuale: la speranza e la sete di giustizia, la fuga definitiva dall’orrore, che si chiami ritorno o andata. 

Photo Elena Tamborrino




La tregua 
Autore: Primo Levi 
Dati: 2014, 278 p., brossura (prima ediz.originale 1963) 
Editore: Einaudi (collana Super ET) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelle

mercoledì 18 gennaio 2017

"Vie d'uscita" di Rita Lopez

Ho odiato a morte il Libertà ma, 
mi colpisca un fulmine se non è vero, 
l’ho anche amato pazzamente 

Sono condensati in queste poche parole i sentimenti che legano Rita Lopez alla sua Bari, o meglio, al quartiere Libertà, ai margini del centro elegante della città, tra il mare e la stazione ferroviaria: un quartiere difficile, coacervo di umori che si annidano nella micro e macro criminalità, snodo di vicende che vedono convivere anime diverse, con destini variegati, con memorie, aspirazioni e sogni disperati.
Non solo: il Libertà, quel Libertà tanto odiato almeno quanto amato, nei racconti della Lopez è culla di una generazione divisa tra il passato, prepotente negli sguardi e nelle parole di nonni e genitori, e il presente, fatto di un'affermazione personale, lontana fisicamente dal luogo di origine, ma forte nei legami di sangue che superano le distanze e si completano con gli amici di oggi. 
Le memorie di bambina e di adolescente fanno da comune denominatore a tutte le sette storie che Rita racconta e nei ricordi c’è sempre un elemento che rappresenta la via di fuga, il modo per salvarsi l’esistenza e questo è la musica: di diverso genere, di diverse epoche, tutta la musica che Rita Lopez racconta, segna momenti e persone, consola, accompagna nella vita, aiuta a crescere. 
Forte è l’elemento autobiografico che riecheggia nella pianola elettrica del nonno, e prima ancora nella chitarra e nella tromba e nella fisarmonica che gli aveva sentito suonare, in quel “Selling England by the pound” dei Genesis mandato al massimo volume mentre si puliva il teatro parrocchiale dove “un esercito di adolescenti” avrebbe tenuto uno spettacolo tutto suo, nell’opera lirica al Petruzzelli con la zia Teresa che, in quelle serate al palco si svestiva della sua vita per indossare quella delle eroine del melodramma, trasfigurandosi in esse. E ancora in quel rock che, insieme al pane duro, era l’ingrediente principale delle giornate nella casa dello studente, a Roma. 
Ma non è solo ricordo della propria vita, dei momenti fatti di oggetti, persone, odori, sapori, rumori del quartiere, è anche il risuonare di altre storie, magari sentite da ragazzina, raccontate dai grandi: e allora conosciamo “Marianna della radio”, la vedova che lavora come operaia alla manifattura tabacchi e lì canta, anche se è proibito perché distrae; e ancora Davide, il figlio di Filippo che per colpa degli altiforni di Taranto ci stava rimettendo la vita e per fortuna suo figlio no, ché quello si era salvato con la musica, con lo studio. E infine Elettra e Sara, due compagne di scuola diverse per estrazione e vita, accomunate dal piacere della musica, Springsteen vs Bach, in uno scambio che è paura del confronto e gioia nel riconoscersi, in fondo, molto simili. 
Tutti i racconti di Rita Lopez, per quanto disuguali in alcune scelte tecniche –il racconto in prima persona o in terza persona; le epoche e le ambientazioni, non solo Bari ma anche Roma e Taranto- sono accomunati da uno stile ritmato, fatto di frasi brevi, anche brevissime e dal ricorso ad espedienti retorici, ad esempio la ripresa anaforica, che danno un andamento quasi sincopato ad alcuni passaggi e che fanno della prosa quasi poesia, oltre che l'uso del dialetto, da cui non si può prescindere. 
Un esordio che personalmente attendevo, conoscendo da tempo Rita e la sua scrittura, finora relegata nelle belle pagine del suo blog, Rita Lopez, Storie e altro (gli Dei. Gli eroi. Le donne egli uomini.) aperto forse un po’ per caso e sicuramente dietro insistenza di chi le diceva “sei pazza a scrivere le tue cose su Facebook e lasciarle a disposizione così, apri uno spazio tuo, solo tuo” e aspettava che qualcun altro si accorgesse di quanto è brava, ché certo sarebbe successo. Ed è successo. 
NB. Ho scritto questa recensione ascoltando questo
 
Photo HelenTambo on Instagram



Vie d’uscita 
Autore: Rita Lopez 
Dati: 2016, 88 p., brossura 
Editore: Florestano Edizioni 
Prezzo: € 10,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline