mercoledì 30 dicembre 2015

Un anno carico carico di libri


Photo Elena Tamborrino
Come lo scorso anno dedico l’ultimo post di dicembre al bilancio delle letture fatte e inizio subito col dare i numeri: 80 libri letti (uno in meno dello scorso anno, ma ero certa che fossero dieci in più, mi ha imbrogliato la ‘sfida’ con me stessa proposta da Goodreads, che fissava il traguardo a settanta libri, perché –ci ho pensato dopo- non aveva inserito i titoli già presenti nella mia libreria virtuale e riletti nel corso dell’anno), di cui 18 in e-book. Ecco, qui registro una controtendenza: invece di aumentare, il numero di e-book è sensibilmente diminuito (ben undici in meno dello scorso anno), perché alla fine continuo a perseverare con la smania del possesso dell’oggetto libro. A parte l’attaccamento al libro di carta (ovviamente vi risparmio il discorso del fascino dell’odore della carta, perché lo trovo insulso e falso) che sembrerebbe fine a se stesso, in realtà trovo più comodo risfogliare il libro piuttosto che l’e-book; inoltre una disavventura con l’account di Adobe (il software che consente di leggere gli e-book protetti con DRM) mi ha fatto perdere la gran parte degli acquisti digitali che non ho più potuto recuperare da BookRepublic (questo è anche il motivo per cui i pochi e-book acquistati da un certo momento in poi li ho presi esclusivamente su Amazon, da cui è sempre possibile recuperare ciò che hai regolarmente pagato).
Non c’è quest’anno un autore più letto di altri, se si fa eccezione per Elena Ferrante della quale (del quale?) ho completato la quadrilogia de “L’amica geniale” iniziata nel 2014 (a proposito, questi libri li ho solo in e-book, ma spero di acquistarli in cofanetto prima o poi, in fondo il mio compleanno è tra poco più di un mese). Ho seguito le ultime uscite degli scrittori che leggo da tempo e che acquisto a scatola chiusa, come Ammaniti, Camilleri, Manzini; ho fatto scoperte interessanti, di cui ho parlato in post dedicati, come Salvatore Satta, Anne Fine, Jenny Offill, Dorothy Baker, Giorgio Manganelli.
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“Infinite Jest” di David Foster Wallace (di cui che avevo letto solamente “Una cosa divertente che non farò mai più”) e “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij sono state le imprese titaniche portate a termine grazie al sostegno del gruppo di lettura Scratchmade di Maria Di Biase: non so se di Wallace leggerò altro, so per certo che mi aspetta l’opera omnia di ‘Dosto’ e anche gli altri russi (magari non tutto di tutti, ma quasi: diciamo che sto andando in fissa).
L’editore più presente nel mio elenco quest’anno è Einaudi (17), seguito da Mondadori (7), Adelphi (6), e/o e Sellerio (5), Feltrinelli e Bompiani(4), Sonzogno, Rizzoli, minimum fax, Skira (2).  Anche quest’anno mi è capitato di leggere libri particolari, piccole chicche editoriali che si possono trovare spesso solo se cercate attentamente o se si capita a Roma a dicembre alla fiera della piccola e media editoria, PiùLibriPiùLiberi: così ho letto libri editi da NN Editore, Marcos y Marcos, Ėxòrma, CaratteriMobili, :duepunti edizioni, Zandegù.
Quest’anno credo di aver lasciato a metà solo un libro, “Sei la mia vita” di Ferzan Ozpetek: una lunga narrazione in cui il regista turco, ormai italiano d’adozione, si rivolge all'amato compagno, raccontandogli la sua vita passata, gli incontri e i luoghi prima e durante la loro felice convivenza. Un racconto infarcito di continue dichiarazioni d'amore (al limite del melenso), di episodi che riguardano la vita degli amici del regista (magari anche chi se ne importa, o no?), le cui uniche parti da salvare sono quelle in cui si capisce che molto dei film di Ozpetek nasce dalla vita vera: esiste la terrazza dei pranzi domenicali di "Le fate ignoranti", esiste l'anziano colpito da amnesia che trova rifugio nella casa di Giovanna Mezzogiorno ne "La finestra di fronte". Noioso e faticoso, della serie “non tutte le ciambelle riescono col buco”, conferma che si può essere grandi registi, ma realizzare un film di successo, in cui oltre al regista e al soggetto ci sono gli attori, la fotografia, i costumi, le scenografie, la colonna sonora, è altro dallo scrivere un libro.
Nel caso invece de “L’uomo in rivolta” di Albert Camus, per il momento messo da parte, mi sono fermata all’introduzione, rimandando a tempi migliori la lettura.
Mi è piaciuto molto rileggere qualche libro che fa parte del mio repertorio di letture giovanili: oltre al Pinocchio di Collodi in edizione integrale, sono stata contenta di rileggere “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, “Una storia semplice” di Sciascia.

Qualche parola in più la vorrei adesso spendere per qualcuna delle 17.188 pagine lette quest’anno:
“Guanti bianchi” di Edgarda Ferri: è la cronaca romanzata dei tre giorni che seguirono l’attentato di Sarajevo in cui il 28 giungo 1914 persero la vita l’erede al trono dell’impero asburgico Francesco Ferdinando e la sua sposa morganatica Sophie Chotek. Ne ho parlato già qui ma mi fa piacere ritornare a segnalare questo libro, per la storia che racconta (l’organizzazione delle esequie, il viaggio che le salme di Francesco Ferdinando e Sophie fecero dalla Serbia all’Austria, passando da Trieste, allora asburgica) e per come Edgarda Ferri la racconta. Per mesi l’immagine della bara di Sophie, così come la Ferri descrive la scena -anche se le immagini d’epoca sembrerebbero dire altro-, poggiata a terra e lontana da quella del marito che invece era innalzata su un sontuoso catafalco, mi ha fatto pensare a come la ragion di Stato sia stata più forte dell’amore.
“Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli, quasi un evento letterario che però all’inizio non mi ha sollecitato grandi entusiasmi, per il tono un po’ saccente nella continua esibizione di titoli che fanno parte della biblioteca personale del protagonista: un romanzo di formazione sull’educazione sentimental-sessuale (soprattutto sessuale) e libresca del dapprima giovanissimo Libero Marsell, poi giovane, poi giovane adulto, che racconta la sua vita tra l’Italia e la Francia, in una famiglia smembrata ma sempre presente. A un certo punto però ha iniziato a prendermi e alla fine le stelline assegnate su Goodreads sono state ben 5. La copertina, davvero brutta, non rende onore al romanzo: anche l’occhio vuole la sua parte e il sedere che dovevano fotografare probabilmente potevano sceglierlo meglio, a meno che non si sia voluto proprio così, bello piatto.
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La monaca" di Simonetta Agnello Hornby: è la storia di Agata, una fanciulla costretta alla monacazione come spesso accadeva nelle migliori famiglie, specie se cadevano in disgrazia, ambientata nella prima metà dell’Ottocento, in piena epoca risorgimentale, tra la Sicilia e Napoli. Supportata da rigorose indagini storiche, la Agnello Hornby ha scritto una storia d’amore e di umanità davvero coinvolgente, che consiglio fortemente.
“L’altra” di Elvira Serra: se, come recita il famoso e oltre misura citato incipit di "Anna Karenina", tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro e le infelici lo sono a loro modo, anche le relazioni extraconiugali presentano delle caratteristiche universali, dei denominatori comuni, delle coincidenze non determinate dal caso.Ne parla in maniera lucida, spietatamente reale -e spesso in tono ironico-, Elvira Serra, che ha deciso di affidare a "L'altra" la sua storia. Che poi è la storia di tante 'Altre', delle quali non si tiene mai conto, quando si fanno considerazioni generali su adulterio, relazioni clandestine e dintorni.
Deprimente, anche se illuminante (e con lieto fine, inaspettato e immagino eccezione alla regola). Merita una lettura.
“L’uomo dei cerchi azzurri” di Fred Vargas: ho scoperto Vargas. E soprattutto ho scoperto il commissario Adamsberg, l'ennesimo poliziotto affascinante nel suo essere scontroso, pensieroso e pensatore senza metodo ma dalle intuizioni fulminee, trasandato (fintamente, studiatamente), non bello e bellissimo al tempo stesso.
Diventerà la mia prossima mania, anzi lo è già.
Questo è il primo romanzo della serie che Fred Vargas, archeologa e medievista francese, ha dedicato ai casi del commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Sono undici romanzi, pubblicati in Italia da Einaudi (forse non tutti, credo che ne manchi uno, pubblicato in Francia con il titolo "Salut et libertè").
"Mnemotecniche e rebus" di Umberto Eco: un excursus storico sulle tecniche più industriose adottate fin da tempi più remoti, per arrivare al rimedio personale del semiologo, filosofo e scrittore Eco, per uscire da qualche situazione di imbarazzo nelle occasioni in cui deve tenere discorsi in inglese e ha bisogno di un aiutino...
Gustosissimi i rebus presentati.
Lettura amena e istruttiva.

Chiudo questo post con i doverosi ringraziamenti:
- a Maria Di Biase e a tutto il gruppo di lettura Scrachtmade, vero e proprio supporto per le letture più ambiziose che potevo fare,
- a Erika Pucci e Alessandro Pigoni con i quali ho promosso i progetti di lettura di "Sillabari"  di Goffredo Parise"Biglietti agli amici" di Pier Vittorio Tondelli su Twitter, sotto l’egida di TwLetteratura,
- alla stessa TwLetteratura (e i suoi quattro moschettieri, Edoardo Montenegro con il quale mi sono continuamente confrontata, Paolo Costa, Pierluigi Vaccaneo e Iuri Moscardi) che mi ha supportato facendo proprio il percorso di #NidiDiRagno, durante il quale con le scuole abbiamo letto e riscritto il primo romanzo di Italo Calvino,
- al salotto letterario che frequento mensilmente: a turno si propone un libro per la lettura successiva e nell’occasione si ospita a casa propria tutto il gruppo (una quindicina di persone): la serata si conclude con una cena a tema, ispirata dal libro letto,
- ai molti amici lettori che mi hanno dato buone dritte.

Il 2016 si aprirà con #LeggoNobel, il progetto di lettura dedicato agli scrittori che hanno vinto il Nobel per la Letteratura, ideato con Valentina Accardi del blog "La Biblioteca di Babele": si comincia l’11 gennaio con “Il libro della giungla” di Rudyard Kipling.
Seguiteci, ve ne faremo leggere di belli!

domenica 27 dicembre 2015

#PLPL2015 e quello che mi è rimasto


Mi perdoneranno i miei venti lettori fissi per il lungo silenzio, ma dicembre è stato un mese difficile durante il quale, pur continuando a leggere tantissimo, il blog è stato la mia ultima preoccupazione.
A ciò si aggiunga una profonda crisi di identità sul web e molti interrogativi sul mondo dei bookblogger che mi sono posta all’indomani dell’annuale visita alla fiera della piccola e media editoria di Roma, PiùLibriPiùLiberi. Così sono rimasta in silenzio a meditare su come continuare la mia avventura qui, ma soprattutto se e perché farlo: ho deciso di prendermela un po’ calma, di non entrare nel delirio dell’esserci a tutti i costi e soprattutto di non definirmi una bookblogger, anche se parlo di libri.
Diciamo subito che, rispetto all’entusiasmo che mi accompagnava lo scorso anno, stavolta ho partecipato da acquirente e spettatrice di Più Libri Più Liberi con uno spirito molto diverso, dovuto probabilmente ad uno stato d’animo non sereno: non nascondo che alla vigilia della partenza ero molto indecisa se affrontare il viaggio e il tour de force che mi aspettava, a convincermi è stato il pensiero di di poter trovare libri che sono spesso dimenticati dalla grande diffusione, di poter incontrare gli amici del gruppo di lettura Scratchmade con cui ho condiviso la lettura de "I fratelli Karamazov" e grazie al quale i russi non mi spaventano più, di poter scegliere presentazioni di libri e situazioni altrimenti irraggiungibili per me che vivo un po’ fuori mano dalle direttrici dei grandi eventi culturali (e non venitemi a raccontarmi la favola del villaggio globale e dei confini che non esistono più: la periferia italiana resta periferia, sotto molti punti di vista e devo ancora capire come funzionano i circuiti organizzativi degli editori quando devono promuovere un libro e il suo autore).
Photo Elena Tamborrino
Ma vengo al sodo e come lo scorso anno presento la mia rassegna degli acquisti, per casa editrice, in rigoroso ordine alfabetico. Quest’anno ho comprato molti più libri dello scorso anno e in maniera più mirata, senza condizionamenti, ma -nella maggior parte dei casi- sapendo già cosa volevo portarmi a casa. E quindi…
Ricordavo che Avagliano Editore promuove la campagna per salvare i libri dal macero, mettendo in vendita a prezzi più che stracciati libri fuori catalogo che altrimenti sarebbero destinati alla distruzione. Era impossibile lasciarsi sfuggire l’occasione di trovare titoli inconsueti e infatti ho avuto ragione: con me ho portato via “Sulle lagune” di Giovanni Verga, terzo romanzo della produzione giovanile dello scrittore siciliano, prima della svolta verista e di ispirazione patriottico-risorgimentale (lo leggerò mai? Non lo so, ma intanto mi sembrava uno spreco lasciarlo in quello scatolone) e “Italo Calvino newyorkese”, Atti del colloquio internazionale “Future perfect: Italo Calvino and the Reinvention of the Literature” (New York University, Ner York City 12-13 aprile 1999), a cura di Anna Botta e Domenico Scarpa, che per un amante di Calvino come sono io rappresenta un testo davvero prezioso per scoprire gli aspetti più profondi di quel suo certo modo di vivere la letteratura.
Edizioni e/o: allo stand F04 sono arrivata mirata, per acquistare l’ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi, “Per sempre”, ultimo atto delle storie di Biagio Mazzeo, capo di una banda di poliziotti corrotti. Oltre all’acquisto, è stato importante assistere all’incontro in sala Diamante il 5 dicembre con gli autori del collettivo Sabot/age, Luigi Romolo Carrino e Piergiorgio Pulixi, con Paolo Foschi e Massimo Carlotto: una bella occasione per sentir parlare di una letteratura poliziesca inconsueta nei temi e nei modi. Avrò modo di parlare di Biagio Mazzeo e della sua ultima avventura più in là.
Mattioli 1885: la vision e la mission del gruppo Mattioli 1885, erano votate, all’inizio dell’avventura dell’azienda, alla comunicazione e alla formazione in ambito scientifico, correlate alla creazione di eventi; dal 2004 Mattioli 1885 ha allargato i suoi orizzonti al campo editoriale, che spazia dalla narrativa alla saggistica. Books è la divisione che si occupa di editoria per il grande pubblico, con una particolare predilezione per testi classici un po’ di nicchia e per le opere meno conosciute di autori della tradizione come Twain, Stevenson o Dickens. La veste grafica della collana Experience Light di Mattioli 1885 è molto accattivante: piccole dimensioni, linea essenziale, colori pastello. Da loro, dopo aver apprezzato qualche tempo fa “Non è che non mi piacciano gli uomini” della suffragetta Rebecca West (letto prima di aprire questo blog, ecco perché non ne ho parlato qui), ho comprato “Prima di sposarti ero molto più in forma” di Ring Lardner: ve ne parlerò presto, conto di leggerlo a breve.
minimum fax: Nicola Lagioia, ultimo vincitore del Premio Strega con “La ferocia” (che non ho ancora letto) sembra essere un autore molto controverso e discusso. Questo è l’unico motivo per cui, confesso, ho comprato il suo “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)”: anzi diciamo che l’ho comprato per lui, per conoscerne la scrittura, e per Tolstoj, del quale devo capire perché bisognerebbe sbarazzarsi (e con la certezza che il titolo sia provocatorio). Vi saprò dire.
Da NNEditore sono andata per comprare “Panorama” di Tommaso Pincio, vincitore del Premio Sinbad 2015, sezione opere italiane. Poi, siccome sono gentili e siccome c’era il kit del lettore se si acquistavano due libri (cose da fiera, che fanno vendere, oltre allo sconto) ho preso “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso e, anche se il terzo libro non ero obbligata a prenderlo per avere il famoso kit (borsetta in tela, matita personalizzata, block notes), ho comprato “La resistenza del maschio” di Elisabetta Bucciarelli. Il tutto nella collana “ViceVersa”, libri che “sono tessere che formano un disegno da usare a piacere: come uno specchio, una traccia, un catalogo di storie che partono da un vizio o una virtù e arrivano dove il racconto li conduce.”: anche di questi, abbiate fede, scriverò.
nottetempo: una casa editrice di cui posseggo diversi libri. Questo “Ovunque, progettici” di Elisa Ruotolo lo inseguivo da un po’, dopo averne letto su libri.tempoxme.it, ma poi succede che ci si distragga da ciò che si desidera leggere, si viene presi da altro e non si pensa più a quel titolo tanto cercato finché quasi per caso non ci ricapita sotto gli occhi: è quello che mi è successo a Roma, dove tra l’altro mi hanno applicato uno sconto davvero interessante.
Chi invece sconti in fiera non ne fa è SUR, di cui ho comprato a prezzo pieno “Purgatorio” di Tomás Eloy Martínez, che già conoscevo per aver letto molti anni fa “Santa Evita”, vita morte e miracoli di Eva Duarte Peron, e l’ultra pubblicizzato “Carne viva” di Merrit Tierce, di cui ho assistito alla presentazione condotta dalla sua traduttrice, nonché editrice, Martina Testa. SUR vende, perché ha belle collane e buoni titoli, evidentemente non ha preoccupazioni di mercato: ma in una fiera fa bene anche conquistare il lettore che arriva a Roma con il suo gruzzoletto da spendere ed è contento se porta via tanti libri, pensando di aver fatto degli affari. Spero che cambino politica di vendita, altrimenti la prossima volta prenderò nota e comprerò i loro libri su qualche store online come IBS o Amazon, che almeno garantiscono lo sconto del 15%.

Come sempre PiùLibriPiùLiberi è stato sfiancante e totalizzante: tanti libri, molta gente, confusione, file per assistere alle presentazioni (almeno alcune), caldo asfissiante (occorre vestirsi adeguatamente, tenendo conto che poi dal Palazzo dei Congressi si deve uscire e fuori non c’è la stessa temperatura equatoriale di dentro). Però è bello vedere tanti espositori che hanno il coraggio, sia pure piccoli e poco spinti da quella pubblicità che muove le vendite in modo significativo, di andare avanti con entusiasmo, serietà e cura per il prodotto finale.
Roma, forse ci vedremo anche il prossimo anno, anche perché stavolta oltre ad andare a PiùLibriPiùLiberi ho potuto vedere la mostra di Henry Moore al Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano e mi sono fatta un giro alle baracchine dei libri di Piazza della Repubblica, dove ho fatto altri buoni affari.

martedì 8 dicembre 2015

Ultima lettura: "Per amore solo per amore" di Pasquale Festa Campanile


Per amore solo per amore

Autore: Festa Campanile Pasquale
Dati: 1983, 208 p., brossura; eBook con DRM 0,26 MB (Bompiani 2013)
Editore: Bompiani (collana I grandi tascabili)

Giuseppe si chinò su di lei e disse:
“Come sei bella, mia amata, mia colomba
che ti nascondi in un anfratto della roccia…”

Pasquale Festa Campanile è stato un regista e sceneggiatore molto prolifico, che nonostante la morte sopraggiunta in età ancora attiva (muore a Roma nel 1986 a neanche sessanta anni) ha lasciato molti titoli, soprattutto di commedie all’italiana. Meno produttiva sul piano numerico la sua attività di romanziere, che include solo otto romanzi, molti dei quali divenuti a loro volta film di buon successo.
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Premiato con il Campiello nel 1984, “Per amore solo per amore” è una delle storie più belle scritte, a mio parere, da Festa Campanile: è la storia di un giovane falegname, Giuseppe di Galilea, molto buono, bello e desiderato tanto da provocare la gelosia dei due fratelli Manasse e Zebulon e costringere il loro padre Giacobbe a dargli il suo e farlo partire per la sua strada, in modo da crearsi una vita lontano da Betlemme. A raccontare la storia di Giuseppe è Socrates, l’uomo che diventerà il suo servo, garzone di bottega, aiutante e consigliere, un amico fedele che accompagnerà il giovane nel corso della sua intera esistenza e sarà il testimone della sua vita sacrificata a un amore totale e inspiegabile, quello per Maria.
Prima di incontrare la piccola Maria a Nazareth, dove Socrates e il suo padrone sono arrivati, non senza aver vissuto qualche peripezia, e dove hanno deciso di fermarsi e metter su bottega, Giuseppe è stato un giovane molto ambito che però sapeva il fatto suo, stava attento a non dare troppa confidenza per evitare di rimanere incastrato da qualche ragazza che non nascondeva la sua ammirazione per lui e si lasciava sedurre solo dalle vedove, che non appartenevano a nessuno ed essendo libere gli consentivamo di non infrangere le leggi di Mosè. Ma a Nazareth il giovane falegname conosce Maria, che è ancora una bambina, destinata poi a diventare una bellissima ragazza che lui, che si era sempre dichiarato contrario al matrimonio potendo godere della disponibilità delle vedove più desiderate, vorrà sposare: questo cambierà tutta la sua esistenza, perché inspiegabilmente la ragazza, che tanto lo ama e che lui ricambia con passione, lo costringe ad un matrimonio bianco, che sarà fonte di sofferenza continua per il giovane uomo che avrebbe potuto scegliere e avere le donne più appassionate tra le sue braccia. Giuseppe accetta di sposare Maria, nonostante la ragazza sia visibilmente incinta: ma di chi, visto che lui non l’aveva mai toccata, rispettoso com’era delle leggi che lo vietavano? Questa sarà la domanda che tormenterà il falegname per tutta la vita, che lo costringerà a cercare consolazione nel vino e che sarà motivo di turbamento, nonostante il suo amore per la giovane moglie non sia scalfito nemmeno per un momento dal sospetto che lei gli sia stata infedele. Il figlio che nascerà durante il loro viaggio verso Betlemme, dove lui deve recarsi per un censimento ordinato dal re Erode e dove lei ostinatamente vorrà seguirlo nonostante la gravidanza avanzata, sarà un ragazzino come tanti, monello e un po’ impertinente (o almeno così appare al padre –ché tale Giuseppe si sente per lui, nonostante Gesù non gli sia figlio carnale-), che sviluppa un rapporto speciale con la madre, tanto da suscitare qualche gelosia in Giuseppe, che spesso si sente escluso dalla complicità che lega madre e figlio.
Lontano da qualsiasi concessione al mistero cristiano della concezione di Gesù, senza accordare il suo racconto al mito, Festa Campanile narra la storia di un uomo qualunque, cui tocca vivere una vicenda dai risvolti inaspettati: Giuseppe pensava ad una vita tranquilla, accanto alla donna che ha scelto e di cui è innamorato, nella sua bottega di falegname apprezzato per perizia e creatività e invece gli tocca in sorte una moglie che gli negherà il talamo nuziale, dopo essere stata forse vittima di una violenza sessuale il cui frutto è un ragazzino che gli darà non poche preoccupazioni. Una vita quasi banale se non fosse per il grande sacrificio che Giuseppe sceglie di compiere, solo per amore: tenersi una moglie che avrebbe potuto ripudiare, per rifarsi una vita ‘normale’. L’eccezionalità della storia che lo scrittore racconta è tutta qui, nella straordinaria personalità di Giuseppe, l’uomo qualunque al quale la storia cristiana ufficiale, quella narrata dai Vangeli, darà uno spazio molto marginale.
La scrittura di Festa Campanile, piana e gradevole, regala momenti di grande commozione che si alternano a pagine divertenti che strappano il sorriso. Particolarmente divertenti sono le pagine dedicate al “giro del cane”, l’usanza che i giovani e le giovani a Nazareth usavano di girare in circolo e in senso contrario (i maschi per un verso, le ragazze in senso inverso) per potersi vedere in faccia e in qualche modo conoscersi, così come toccanti sono i brani in cui Giuseppe e Maria si dichiarano reciprocamente l’amore, richiamando le parole del Cantico Dei Cantici, uno dei testi biblici più evocativi e insoliti, scritto in forma dialogica e attribuito al re Salomone.
Ho riletto questo romanzo, che avevo letto alla sua prima apparizione, conservandone un ricordo piacevole: lo ritrovo oltre trent’anni dopo, in occasione di un salotto letterario (e sono grata a chi lo ha proposto, altrimenti non credo che mi sarebbe capitato di rileggerlo), con la stessa freschezza che mi aveva già colpito. Purtroppo oggi è fuori catalogo; nonostante il sito di Bompiani indichi ancora gli store online dove acquistarlo, il libro risulta non disponibile. Nel 2013 lo stesso editore realizza la versione in e-book, che al momento è l’unica reperibile.
“Per amore solo per amore”, dieci anni dopo la sua pubblicazione, diventa un film, con la regia di Giovanni Veronesi, interpretato da un credibile Diego Abatantuono nella parte di Giuseppe e da una giovanissima Penelope Cruz nella parte di Maria di Nazareth.
Cercatelo, anche in edizione digitale o nei canali dei libri usati: è una lettura coinvolgente, che scorre veloce e lascia un’intensa emozione e una profonda compassione verso il protagonista.

giovedì 3 dicembre 2015

La forza del fungo


Lo so, sono prepotente.
Ma se non lo fossi, non vincerei la forza della Natura, o meglio la forza della Natura, che poi è anche la mia forza, sarebbe il mio primo nemico.
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Perché dobbiamo intenderci: io sono forte, ma anche il terreno da cui esco è forte, forse più forte di me.
Ed entrambi siamo figli della Natura, la stessa forza è stata distribuita a me e a lui, solo che da questo periodo fino a primavera quasi, tra noi sarà un braccio di ferro estenuante.
Da cui io, come si vede, esco vittorioso.
Certo, a volte mi viene facile: sottobosco soffice, foglie e muschio, odore forte di umido misto a terra e resina e verde. Sì, perché anche i colori hanno un odore e sono un odore.
Altre volte, come stavolta che sono spuntato sotto un albero di ulivo, devo esplodere in alto per uscire e la crosta della terra è dura e arida e secca, in una parola: faticosa.
Ma che ve ne pare di questo mio cappello che, liberato dal velo di protezione, si è arcuato a raccogliere i raggi del sole, come una grande ciotola? Sì, perché i raggi del sole sono anche liquidi ed io li posso contenere.
Sotto, mille e mille –si fa per dire, non so contare- sottilissime lamelle, anche loro fragili all’apparenza.
Invece no: tenero, profumato e irresistibile, ce l’ho fatta anche stavolta.
Prepotente, si diceva. Ma se non fosse così?
Non voglio pensare alla possibilità di essere raccolto, non so nemmeno se sono buono da mangiare, a dire il vero, su questa faccenda non sono molto informato e preferisco non approfondire.
Ma ho visto che chi passa da queste parti, si avvicina con cautela, mi osserva girandomi intorno, si china fino quasi a sfiorare con la guancia il terreno, dice che sono bello e poi lentamente si allontana, come se il rumore e il movimento intorno potessero disturbarmi.
Ecco, io vivrei sempre così. Almeno finché dura, fatemi stare così.

domenica 22 novembre 2015

Ultima lettura: "Anna" di Niccolò Ammaniti


Anna

Autore: Ammaniti Niccolò
Dati: 2015, 275 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Stile Libero Big)


L’amore sai cos’è solo quando te lo levano.
L’amore è mancanza.

Anna Salemi è una ragazzina di tredici anni che vive vicino a Palermo. Siamo in un futuro non troppo lontano, nel 2020, e la Sicilia è annientata da un virus, la Rossa, che ha falcidiato tutti gli adulti. I sintomi della malattia sviluppata da questo virus sono inequivocabili: si manifesta con l’apparizione di chiazze rosse sulla pelle, difficoltà respiratorie e febbre altissima e ciò che si sa di sicuro è che non colpisce nessuno prima dei quattordici anni e perciò l’isola è ormai abitata solamente da bambini che si muovono in un paesaggio distopico, desolato, carbonizzato a causa dei frequenti incendi, arido, distrutto, sporco, crudele come solo accade quando i bisogni tornano ad essere quelli primordiali, quelli che ti ributtano indietro in una condizione quasi preistorica, dove la lotta è per la sopravvivenza, il cibo e, in questo caso, le medicine.
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Anna è rimasta sola con il fratellino Astor: per un po’ si sono fermati al Podere del gelso, dove vivevano con la mamma Maria Grazia, morta anche lei e conservata sul letto della sua camera dopo precise disposizioni lasciate alla primogenita, poi Anna capisce che deve muoversi da lì e andare verso Messina per passare lo Stretto, raggiungendo la Calabria e quel continente dove la Rossa sicuramente non c’è.
Anna attraverserà pericoli, dovrà prendere decisioni, mangerà (e farà mangiare ad Astor) quello che riuscirà a trovare nei negozi devastati e saccheggiati, nelle case semidistrutte e abbandonate: si tratterà per lo più di cibo scaduto, conservato male, ammuffito a volte, il che dimostrerà la forza di questi ragazzini, non solo psicologica ma anche fisica, visto che la loro resistenza sfiderà qualunque veleno saranno in grado di mettersi nello stomaco (e spesso di rigettare seduta stante). In questo percorso accidentato, Anna farà incontri importanti e cambierà, fino a diventare la donna che già si percepisce dalle prime pagine, da quando è intenta a consultare il quaderno delle Cose Importanti che sua madre, nell’imminenza della morte, ha preparato per aiutarla a affrontare le difficoltà pratiche che i figli avrebbero trovato nella loro vita senza adulti, fino a quando comincerà a cavarsela da sola, in completa autonomia. Per questo forse si può pensare a questo romanzo come a un romanzo di formazione.
“Anna” è un libro duro che all’inizio ho fatto fatica a leggere: le descrizioni dettagliate e crude delle lotte fisiche, della morte, della malattia mi rendevano difficile andare avanti, mi sembrava tutto troppo esasperato. A convincermi che dovevo proseguire sono stati due motivi: il primo è sicuramente l’Autore, di cui ho apprezzato sempre tutto, compresi gli aspetti splatter della sua scrittura; il secondo è la protagonista, Anna appunto, un personaggio fortissimo, indimenticabile, uno dei più belli di Ammaniti.
Ho avuto ragione a non scoraggiarmi, perché man mano che procedevo nella lettura, entrando sempre di più nella storia e partecipando alle vicende di Anna e di suo fratello, ho potuto soffermarmi sugli aspetti più caratteristici della scrittura di Ammaniti, come la sua capacità di rendere i pensieri e le parole dei bambini e degli adolescenti, quel suo regredire a livello del personaggio tanto da renderlo vivo e reale. Era stato così per “Io non ho paura” e “Io e te”: oggi, con questo nuovo romanzo, si aggiunge un altro importante tassello al mosaico della psicologia infantile e adolescenziale a cui Niccolò Ammaniti si dedica da tempo.
Alla fine del libro –cosa che mi è successa raramente e non mi capitava comunque da tanto tempo- ho pianto di commozione e non per come termina la storia, in realtà con un finale aperto, ma per tutto quello che ho trovato nelle pagine, per la forza e la bellezza di questa guerriera, Anna, che mi porterò sempre dentro.
Consiglio fortemente la lettura di questo romanzo: Anna vi entrerà nelle vene.

venerdì 13 novembre 2015

Ultima lettura: "E poi ci sono quei momenti che (Le Polaroid di un padre quasi perfetto)" di Nicola Feo


E poi ci sono quei momenti che (Le Polaroid di un padre quasi perfetto)

Autore: Feo Nicola
Dati: 2015, ebook, 98 p. su dispositivo Kindle
Editore: Zandegù

Io sono stato seduto su un masso a osservare le anatre,
ma a differenza di Holden Caulfield
non mi sono chiesto dove andassero d’inverno.

C'è un ragazzo padre e ci sono due Cuccioli d'uomo, i suoi figli.
C'è il fatto che per diventare padre (e madre) esiste la Natura che fa un certo corso (quella cosa delle api, dell'impollinazione, eccetera eccetera), per fare il padre (e la madre) invece ci vuole l'esperienza che ti fai sul campo, perché non esistono ricette, nessuno può spiegare come si fa.
E così, specie se resti solo come capita a Nicola, devi farti in due e affrontare giorno per giorno quello che la vita e i tuoi bambini ti presentano.

Questo papà, che forse è ancora un po’ figlio, raccoglie ventidue istantanee di vita, una per ogni occasione gli si presenti per conoscere meglio i suoi figli, per aggiustare il tiro, per prendere bene le misure e cercare di non sbagliare, adattandosi alle circostanze e a prezzo di qualche errore di valutazione. Le chiama Polaroid, come la macchina fotografica dalla quale quasi magicamente uscivano le immagini appena scattate, senza passare dalla camera oscura del fotografo. Sono fotografie che a distanza di tempo oggi possono apparire di uno strano colore giallastro, che le distingue dalle altre, che pure presentano i segni del tempo per un virare del colore, accentuato in una certa tonalità. Ciononostante chi le ha conosciute in qualche modo è rimasto affascinato da questo incantesimo che riusciva a consegnare in tempo reale la traduzione di un momento.
Nicola Feo traduce istanti in immagini fatte di parole e, accompagnandosi a quelle dei libri che ha amato -da Simenon a Philip Roth, da Franzen a Salinger, da Jennifer Egan a Manuel Vázquez Montalbán, da Saunders a Tolstoj, a McCarthy, a Baricco e tanti altri-, racconta i suoi momenti con i suoi bambini, “il Grande moro e il Piccolo biondo, il primo occhi scuri e fisico possente, il secondo occhi celesti e fisico dinoccolato”, che per certi versi somigliano a quei momenti di trascurabile felicità di cui qualche anno fa ci ha parlato Francesco Piccolo, quei momenti destinati ad essere ricordati quando sono passati, quei momenti in cui siamo stati felici senza accorgercene. Più che momenti felici (ma ci sono anche quelli), quelli di Nicola Feo sono momenti in cui il padre che è, che sta diventando strada facendo, raggiunge qualche piccola o grande consapevolezza.
Si tratta di un libro veloce, che si legge piacevolmente, una buona prova di opera prima.
E si sa che se la prima è buona, la responsabilità della seconda è enorme.


sabato 7 novembre 2015

#NidiDiRagno: ancora social reading con Italo Calvino e TwLetteratura


#NidiDiRagno: ancora social reading con Italo Calvino e TwLetteratura


Ora Pin è solo tra le tane dei ragni
e la notte è infinita intorno a lui
come il coro delle rane.

Ci sono libri che diventano i tuoi libri, quelli che da un certo momento in avanti ti accompagneranno per tutta l’esistenza, quelli che ti porterai sempre dietro, di trasloco in trasloco, di casa in casa, di vita in vita.
Allo stesso modo ci sono scrittori che diventano i tuoi preferiti, forse anche per caso, perché hai incontrato sul tuo cammino di formazione quelli e non altri, che potevano diventare anche loro i tuoi preferiti e che probabilmente resteranno occasioni perse.
Photo HelenTambo on Instagram
Diventano i tuoi preferiti magari per combinazione, ma poi per scelta, perché li cerchi, continui a leggerli, alla fine sai quasi tutto di loro e delle loro opere, di quello che dicevano, di quello che pensavano. E non a caso parlo di loro al passato, perché possiamo avere certamente tra i nostri autori preferiti anche scrittori contemporanei viventi, ma quando penso alla mia formazione in particolare, io penso a una certa letteratura, condensata soprattutto tra gli anni Quaranta e Sessanta del secolo scorso, con una specifica concentrazione sul Neorealismo. Per farla breve, ognuno ha le sue fissazioni e io sono un po’ fissata con Vittorini, Pavese, Fenoglio, Moravia, Cassola, Pratolini, Calvino e così via, solo per citare qualche nome tra i tanti possibili.
La scuola ha avuto in questo un ruolo decisivo, almeno nel mio caso: più volte ho avuto modo di dirlo, più volte mi sono dichiarata studentessa fortunata che ha fatto incontri fortunati con insegnanti eccezionali, che hanno rafforzato una naturale passione per la lettura, nata in famiglia prima che altrove, favorendo la conoscenza di autori importanti da inseguire, leggere e fare propri, in solitudine.
Italo Calvino è senza dubbio uno dei miei scrittori preferiti; vorrei dire che è il mio preferito, se non temessi di far torto ad altri che più o meno allo stesso modo mi appartengono. Ma con Calvino è nata subito un’intesa che si è giocata molto sulla possibilità di fantasticare indotta dalla lettura della trilogia de “I nostri antenati”, alle scuole medie: “Il barone rampante” è stato il primo romanzo di Calvino che ho letto a scuola, per l’ora di narrativa (si fa ancora alle medie?), e poi da sola ho completato la trilogia con “Il visconte dimezzato” e “Il cavaliere inesistente” perché ormai la febbre mi era venuta. Ripensavo a quello stralunato di Marcovaldo di cui mi avevano letto qualche racconto alle elementari e ritrovavo i nomi di ispirazione medievale e le situazioni surreali che tanto mi avevano colpito da ragazzina: da adulta le avrei trovate ancora nelle descrizioni che Marco Polo fa delle città invisibili, incontrate nei viaggi attraverso l’immenso impero di Kublai Kan. 
A diciassette anni leggo per la prima volta, e su consiglio della mia insegnante di Italiano, “Il sentiero dei nidi di ragno”, il primo romanzo di Italo Calvino, scritto e pubblicato nel 1947, quasi all’indomani della Liberazione, a bocce ferme ma non troppo rispetto a quella stagione politica e culturale tanto carica di significati. Quella fu un’epoca fervida di scrittori che volevano e sentivano di dover raccontare quello che avevano visto e vissuto: Maria Bellonci, nella Prefazione a "Tempo di uccidere"  di Ennio Flaiano, vincitore del primo Premio Strega proprio nel 1947, dice che quell’anno fu “buono per i libri e anche per gli scrittori; sebbene questi ultimi se ne siano accorti solo più tardi”. In effetti quello fu l’anno in cui sugli scaffali delle librerie si trovava “La romana” di Alberto Moravia accanto a “Il compagno” di Cesare Pavese, a “Malaria di guerra” di Enrico Pea, a “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini. E appena due anni prima, a due mesi dal 25 aprile, era uscito “Uomini e no” di Elio Vittorini, mentre due anni dopo Renata Viganò avrebbe pubblicato “L’Agnese va a morire”. Tutti volevano scrivere la guerra, la Resistenza, la vita nelle città e sulle montagne, il mercato nero, le miserie umane, gli atti eroici e le vigliaccherie, il dolore e la speranza. Calvino lo fece in modo diverso dagli altri, con una scelta che poneva il suo romanzo a margine della Storia: per non sentirsi in soggezione avrebbe affrontato il tema “di scorcio”, attraverso gli occhi di un bambino che gioca a fare il grande, in un gioco più grande di lui. E probabilmente questa è stata la cifra caratteristica di un romanzo immortale che può parlare a tutti, ai più piccoli come ai grandi, in una dimensione che Pavese per primo definì ‘fiabesca’, come d’altronde è quasi tutta la produzione di Calvino.
Sono sicura che in quello che ho scritto finora molti lettori si ritroveranno, perché Italo Calvino per molti della mia generazione è stato colonna portante nel processo di costruzione del proprio sapere.
Photo HelenTambo on Instagram
Oggi, a distanza di oltre trenta anni e dopo averlo sfogliato e risfogliato nel corso del tempo, riprendo la lettura de “Il sentiero dei nidi di ragno” e lo faccio con i miei alunni prima di tutto, con la speranza e la curiosità di vedere che effetto farà su di loro, dopo che abbiamo cominciato un percorso sulla letteratura neorealista che ci ha già visto leggere nelle scorse settimane "L'Agnese va a morire" di Renata Viganò. E lo faccio con la comunità di TwLetteratura, che ha accolto con entusiasmo la mia proposta e mi ha offerto tutto il supporto organizzativo per il lancio della riscrittura di #NidiDiRagno, che spero coinvolgerà molti utenti di Twitter e molte scuole, in una rete grandissima senza obblighi formali né protocolli da seguire, se non il rispetto di un calendario e delle poche e semplici regole del gioco, che trovate qui.
Sarà il rinnovarsi dell’incontro con Pin e Cugino e del Comandante Kim. Un incontro che si rinnova e che mi trova emozionata, in attesa di scoprire cosa troverò ancora tra le righe di questo romanzo, nelle parole dei suoi protagonisti, nel paesaggio che Calvino aveva a sua disposizione, perché era fatto dei suoi luoghi, e che aveva bisogno di popolare con figure epiche tra Storia e storie.
Appuntamento quindi a lunedì 9 novembre con #NidiDiRagno.

sabato 31 ottobre 2015

Sul comodino: letture compulsive (e disordinate)


Letture compulsive

Mai come in questo momento mi divido tra diverse letture in contemporanea. Fino a poco tempo fa mi capitava di rado di dedicarmi a più libri nello stesso tempo e, se accadeva, doveva trattarsi di generi molto diversi. Insomma, leggere più romanzi nello stesso periodo, almeno tanti come adesso, non mi era mai successo. ‘Colpa’ del social reading, ma anche grazie al social reading, una pratica di lettura condivisa attraverso gruppi di lettura più o meno strutturati, che si scambiano commenti, impressioni, incoraggiamenti, attraverso i principali social network: ce ne sono molti organizzati su Goodreads, molti su Facebook, esiste la comunità di TwLetteratura, che del gioco letterario della twitteratura (a proposito, il termine è ormai entrato nel vocabolario Treccani![1]) a partire da una lettura condivisa, fa un manifesto. E poi ci sono i gruppi di lettura che nascono in ambiti precisi, la scuola ad esempio, o i salotti letterari che si riuniscono periodicamente per parlare di un libro. Di tutto questo non mi faccio mancare nulla, da buona lettrice senza troppi pregiudizi rispetto magari a qualche titolo che di primo acchito non mi ispira.
Non è certo il caso dei libri che sto leggendo in questo periodo così intenso, nel senso che per tutti questi non ho avuto alcuna remora, ma anzi ho nutrito curiosità già in passato, ho sentito il bisogno di accostarmici, qualcuno è una scoperta, per un altro si tratta di una rilettura, a distanza di oltre trenta anni.
Photo Elena Tamborrino

Ma andiamo con ordine (non di inizio, ché tanto non me lo ricordo); per i primi due volumi indico qui le ultime edizioni disponibili (dei Fratelli è quella che possiedo, acquistata per l’occasione, mentre del romanzo della Viganò ho l’edizione stampata nel 1972), di Satta e di Dahl le edizioni che possiedo (de “Il giorno del giudizio” Adelphi ha pubblicato l’edizione economica nel 1990, collana Gli adelphi; del libro di Roald Dahl esistono moltissime edizioni, anche in versione pop-up e in ebook, l’ultima del 2014 sempre per Salani, mentre Einaudi l’ha pubblicata nel 1999 nella collana Einaudi Scuola, a c. di Tea Noja).
  
I fratelli Karamazov

Autore: Dostoevskij Fëdor
Traduz.; Villa Agostino
Dati: 2014, 1033 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Einaudi tascabili. Biblioteca)

Sforzatevi di amare il vostro prossimo
attivamente e ininterrottamente.
Nella misura in cui avanzerete nell’amore,
acquisterete anche la convinzione dell’esistenza di Dio,
e quella dell’immortalità dell’anima.

Nella vita prima o poi i russi ti toccano. Russi inteso come Grandi Scrittori Russi. Da tempo corteggiavo l’idea di accostarmi a Dostoevskji, o a Tolstoj o a Cechov, del quale comunque avevo letto qualche racconto, probabilmente per una specie di condizionamento determinato dagli studi liceali e sentivo che non aver letto nulla dei grandi romanzi che questi scrittori hanno scritto rappresentava una grave lacuna, considerando anche il mio lavoro di insegnante di materie letterarie. Così mi sono sicuramente fornita negli anni di titoli anche cronologicamente lontani come Anna Karenina di Tolstoj e Il dottor Živago di Pasternak, Le notti bianche e Il giocatore di Dostoevskji, Il Maestro e Margherita di Bulgakov e Le anime morte di Gogol’, tanto per portarmi avanti con il lavoro, ma senza avere il coraggio di cominciare a leggerli (con l’eccezione de Il giocatore, letto lo scorso anno a scuola con i miei alunni, senza particolari entusiasmi, soprattutto da parte loro).
È stato provvidenziale l’incontro con il gruppo di lettura di Maria Di Biase del blog Scratchbook (qui la pagina FB del blog https://www.facebook.com/scratchbookblog/) con il quale ho già affrontato Infinite Jest (ne ho parlato qui) che ha proposto di leggere insieme “I Fratelli Karamazov”. Le prime impressioni, che riporto qui dopo averle già scritte negli spazi di condivisione del gruppo, sono state determinate da sensazioni di profondità e allo stesso tempo, con la sapienza magistrale di chi sa cambiare registro senza compromettere l’omogeneità del testo, di leggerezza. Solo nelle prime cento pagine l’Autore passa a parlare di menzogna ("Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, né in se stesso, né intorno a sé.") alla distinzione esilarante tra Spirito Santo e Santo Spirito, che può scendere in forma d'uccello che ha voce umana e che avvisa se verrà un balordo a rivolgere domande insulse. La capacità di Dostoevskij di scandagliare l’animo umano, parlando ad esempio, oltre che del mentire a se stessi fino a convincersi che quella menzogna è invece verità, anche di suscettibilità, dell'immaginarsi un'offesa ("sa che lui stesso ha mentito per comporne un quadro, ha spaccato in quattro ogni parola e d'un fuscello ha fatto una montagna") con la conseguenza di un rancore certo. Altro punto importante, a mio parere, delle prime cento pagine è la descrizione dell'imbarazzo di Alëša il cui sguardo va verso la giovane Lisa, la cui infermità lo attrae e lo respinge insieme: a chi non è capitato di indugiare con lo sguardo dove non si vorrebbe/dovrebbe guardare? Ecco, Dostoevskij lo descrive in modo davvero mirabile. E poi già solo nei primi capitoli il narratore discetta sul rapporto tra Stato e Chiesa, sul concetto di colpa ("Ricorda soprattutto che non puoi essere giudice di nessuno. Perché non vi può essere sulla Terra nessuno che giudichi un criminale se prima non abbia riconosciuto di essere egli stesso un criminale come chi gli sta dinanzi, e di essere forse il maggior colpevole del delitto da questi commesso. [...] Perché se io fossi giusto, forse non vi sarebbe neppure il criminale dinanzi a me.", questo passo nella traduzione di Nadia Cicognini e Paola Cotta, ed. Mondadori 1994), su senso dell’onore e della malvagità ("Se poi la malvagità degli uomini suscitasse in te un'indignazione e una contrarietà irrefrenabili, a segno di farti sorgere un desiderio di vendicarti sui malvagi, abbi timore di questo sentimento più di ogni altra cosa.").
Anche in Dostoevskij c'è tutta l'umanità (e le miserie del mondo) e l’attualità. Come in Manzoni.
Siamo a metà dell’impresa, che si concluderà il prossimo 13 dicembre e, nonostante l’affanno dello star dietro alle tappe, l’esperienza si sta rivelando totalizzante.

L’Agnese va a morire

Autore: Viganò Renata
Dati: 2014, 256 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Einaudi tascabili. Scrittori)

Io non so sparare.
Gli ho dato un colpo così.

Questo con il romanzo di Renata Viganò, partigiana e scrittrice, è per me un ritorno. Ho letto “L’Agnese va a morire” quando ero studentessa di liceo e seguivo le suggestioni della narrativa neorealista, a partire da “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, passando per il Calvino de “Il sentiero dei nidi di ragno” e da “Uomini e no” di Vittorini: furono anni di letture molto importanti e il ricordo si rinnova spesso, quando mi sorprendo a risfogliare queste edizioni tascabili che ormai si stanno spaginando.
Nell’ambito degli argomenti che tratterò a scuola con i miei ragazzi di quinta, ho pensato che non ci sia modo migliore, anche quest’anno, di far parlare i testi letterari invece che i manuali di Letteratura, o meglio che questi ultimi siano indispensabili, ma subordinati alla voce ancora viva degli scrittori che hanno vissuto la Resistenza e hanno sentito l’urgenza di raccontarla. Così il nostro percorso è iniziato da Agnese, la lavandaia delle valli di Comacchio alla quale i nazisti portano via il marito Palita: l’esistenza di questa donna tranquilla e riservata sarà sconvolta dalla perdita, ma troverà riscatto nella partecipazione alla lotta partigiana.
Non ricordo come arrivai a questo romanzo, se dietro indicazione della mia insegnante di Italiano, se da sola frequentando librerie; so che mi colpì molto questa figura di donna affaticata, pesante, goffa eppure coraggiosa e agile all’occorrenza, una che si caricava la bicicletta sulle spalle per attraversare passaggi fangosi dove affondava i suoi grandi piedi, chiusi nelle ciabatte sformate, una che caracollava sulle due ruote, in precario equilibrio su sentieri dissestati e sotto lo sguardo dei soldati che mai avrebbero sospettato di una vecchia così malmessa, che invece nascondeva sotto i cumuli di biancheria da lavare, esplosivi e dispacci per i compagni partigiani nascosti tra le paludi. Il fascino di Agnese mi ha conquistato da ragazzina e vedo che lo fa anche adesso: è impossibile non partecipare al suo sordo dolore, quello che non le fa sentire la fame e il freddo, è impossibile dimenticare il suo sguardo cupo e le sue parole misurate. Non so se anche nei miei ragazzi si riflettono le stesse mie emozioni: avremo modo di parlarne, la fine della lettura condivisa di “L’Agnese va a morire” terminerà entro la prossima settimana, ne discuteremo in classe e poi vedremo insieme il film che nel 1976 ne è stato tratto, per la regia di Giuliano Montaldo (e una grandissima Ingrid Thulin che interpreta Agnese).

Il giorno del giudizio

Autore: Satta Salvatore
Dati: 1979, 292 p., brossura
Editore: Adelphi

Il guaio è che amare è una cosa difficile,
ed è più facile essere grandi scienziate e grandi scrittrici,
 come ce ne sono state.
 Perché l’amore non è volontà, non è studio,
 non è quel che si dice genio,
è intelligenza, la vera sola misura della donna,
e anche dell’uomo.

Di Salvatore Satta non conoscevo nemmeno l’esistenza: è stato un grande giurista, rinomato per le sue pubblicazioni di Diritto e Procedura civile, ma anche un narratore apprezzato. Le sue opere di narrativa sono solo tre, delle quali solo “De profundis” è stata pubblicata la prima volta nel 1948 dall’editore Cedam di Padova (e poi nel 1980 e nel 2003) sotto la cura dell’Autore, mentre le altre due opere sono state pubblicate postume (“Il giorno del giudizio” nel 1977 ancora da Cedam e poi da Adelphi l’anno successivo, e “La veranda” nel 1981 da Adelphi).
Ma è “Il giorno del giudizio” a diventare caso letterario internazionale, tradotto in molte lingue. Più volte ho affermato che l’incontro con la comunità di TwLetteratura mi ha permesso di conoscere e leggere opere alle quali non avevo mai pensato di avvicinarmi: è la forza del gruppo, della condivisione e di un modo di vivere la cultura che riunisce molte persone, anche diversissime tra loro, pronte al confronto continuo. In questo periodo il progetto #TwSatta, in collaborazione con la comunità dei lettori sardi Lìberos, riempie le mie giornate di lettrice disordinata e compulsiva.
La voce narrante ci accompagna in una Nuoro dolente e rassegnata, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specchio di una società arcaica e rinunciataria come tanti autori sardi ce l’hanno consegnata, quasi che la Sardegna fosse scrigno di identità complessa e imperscrutabile più di qualsiasi altro luogo (“La gente di Nuoro sembra un corpo di guardia di un castello malfamato: cupi, chiusi, uomini e donne, in un costume severo, che cede appena quanto basta alla lusinga del colore, l’occhio vigile per l’offesa e per la difesa, smodati nel bere e nel mangiare, intelligenti e infidi.”). In un palazzotto dall’architettura ardita (sviluppato in altezza, fatto di enormi scalinate e stanze che si inseriscono l’una nell’altra, di mezzanini e studioli nascosti) vive Don Sebastiano Sanna, notaio, con la moglie Donna Vincenza, una donna sfatta dalle gravidanze e dalla mancanza di amore, a parte quello dei numerosi figli. Una famiglia che con la nascita del settimo figlio ha concluso in se stessa il ciclo, allontanando definitivamente i coniugi l’uno dall’altra e relegandoli a custodi di un simulacro svuotato da qualunque manifestazione affettuosa. Attorno a casa Sanna si muove un mondo di anime perse, rievocate nel ricordo dalla voce narrante, che passa in rassegna i personaggi che popolano l’unico loro vero ‘luogo comune’, come recita il risvolto di copertina, la morte.
Anche qui, come per i Karamazov, sono a metà dell’opera: l’8 novembre si concluderà la riscrittura su Twitter di #TwSatta.



La fabbrica di cioccolato

Autore: Dahl Roald
Traduz.:Duranti Riccardo
Illustrazioni: Blake Quentin
Dati: 2005, 200 p., rilegato
Editore: Salani (collana Istrici d’oro)

«La fabbrica di Cioccolato Wonka è davvero la più grande del mondo?»

Nonostante questo libro di Roald Dahl sia molto famoso, tanto da contare molte traduzioni e innumerevole ristampe e tanto da dare origine a due trasposizioni cinematografiche altrettanto popolari (“Willy Wonka and the Chocolate Factory” del 1971 con Gene Wilder, sceneggiato dallo stesso autore e diretto dal regista Mel Stuart, e “Charlie and the Chocolate Factory” del 2005 di Tim Burton) la sua lettura mi mancava totalmente. Mi mancava probabilmente anche per una forma di pigrizia mentale, visto che la letteratura per i ragazzi non mi attira, fatta eccezione per quei libri considerati grandi classici dalla mia generazione; e poi semplicemente non mi è mai capitata.
In realtà mi devo ricredere: questa è senza dubbio una lettura per i più piccoli, ma anche molto per i grandi, per capire che genitori siamo, sempre pronti a soddisfare i desideri dei nostri figli prima ancora di dar loro il tempo di esprimerli. E per capire che insegnanti siamo, quali valori trasmettiamo.
Lo leggo con i miei ragazzi di seconda superiore, che mi hanno chiesto di partecipare a #TwWonka, il progetto in creative commons ideato da Maria Cristina Berti e Erika Pucci e realizzato con il metodo  TwLetteratura
: ritmi blandi, meta ancora lontana, siamo solo al nono capitolo, ma già abbiamo conosciuto il piccolo Charlie Bucket e la sua famiglia. Questa famiglia (papà, mamma, figlio e quattro nonni, tutti in due stanze e un solo letto) è talmente povera da non potersi permettere nulla, ma nonostante ciò non vuole rinunciare a regalare almeno una volta l’anno, nel giorno del suo compleanno, una tavoletta di cioccolato Wonka al piccolo Charlie, che è un bambino molto buono e diligente: cinque biglietti d’oro nascosti nell’incarto di cinque tavolette di cioccolato Wonka rappresentano l’opportunità di visitare la famosa fabbrica di Willy Wonka. I bambini che fino al capitolo 9 hanno trovato il biglietto d’oro sono tutti odiosi e viziati, siamo in attesa di sapere se il piccolo Charlie sarà baciato dalla fortuna in qualche modo, anche se restano ben poche speranze.


s. f. L’opera letteraria narrativa, sia come creazione originale sia come riscrittura di opere celebri, ridotta entro la misura dei centoquaranta caratteri di cui si compone un messaggio (tweet o cinguettio) in Twitter®.
• [tit.] Twitteratura, “a scuola smontiamo Manzoni in 140 battute” (repubblica.it, 12 marzo 2014, ‘Cronaca Firenze’).
• “Twitteratura”, ovvero l’arte trasformata in tweet: mira a sfruttare e stimolare la lettura utilizzando strumenti che ognuno di noi ha a portata di mano, ossia un libro, uno smartphone (tablet o pc), una connessione internet, un account Twitter, con l’obiettivo di riscrivere, e quindi rileggere grandi opere della letteratura come “Le città invisibili” di Italo Calvino (corriere.it, 19 marzo 2014, ‘Cultura’).
Dall’ingl. twitterature o sul suo modello; derivato dal marchionimo Twitter® incrociato con il s. (letter)atura, ingl. liter(ature). Già attestato nel sole24ore.com, 14 novembre 2009, ‘Cultura & Tempo libero’ (Serena Danna).

sabato 24 ottobre 2015

Ultima lettura: "La garçonne" di Victor Margueritte


La garçonne

Autore: Margueritte Victor
Traduttore: Lupieri Giulio
Dati: 2014, 268 p., brossura
Editore: Sonzogno (collana BitterSweet)

«Temo certe idee,
ma non ho paura delle parole»

Con una certa curiosità ho acquistato questo romanzo di Victor Margueritte, dopo averne letto la recensione di Irene Bignardi, che cura la collana BitterSweet di Sonzogno, su Vanity Fair qualche mese fa. Mi incuriosiva soprattutto conoscere la storia di una donna che, in un arco di tempo relativamente breve, in pieni anni ruggenti dello scorso secolo, si trasforma da ragazza “dedita agli sport, franca e sincera, casta com’era bionda: naturalmente”, inserita nella società borghese della Parigi degli anni Venti (quando un buon matrimonio poteva essere anche un buon affare), semplice nei sentimenti e nelle aspettative, a simbolo dell’emancipazione femminile, indipendentemente dai primi movimenti femministi che già avevano cominciato a far sentire la loro voce.
Photo Elena Tamborrino
In seguito a una delusione d’amore (il fidanzato Lucien la tradisce alla vigilia del matrimonio e lei lo lascia senza concedergli nessun’altra possibilità, nonostante le insistenze della famiglia), la giovane Monique si dà al primo sconosciuto che incontra, per il solo gusto di buttare via ciò che di più prezioso pensava di avere, la propria verginità (per la verità già concessa proprio al fidanzato, ma con la certezza dell’imminente matrimonio, il che l’aveva salvaguardata dall’idea dell’aver fatto qualcosa di troppo peccaminoso). Questo episodio, che con aria di sfida confessa sia ai genitori sia all’ormai ex fidanzato, la porterà all’emarginazione dalla famiglia, dalla quale peraltro si allontana senza rimpianti, specie perché non c’è più la zia Sylvestre, presso il cui collegio nella campagna di Hyères Monique è cresciuta, a cui appoggiarsi. Ritroviamo la giovane donna qualche tempo dopo: i suoi capelli sono corti e color mogano e diventeranno l’emblema del suo cambiamento, che non è solo esteriore. Il taglio alla garçonne che, del tutto inconsueto per l’epoca ma destinato a fare tendenza, da lei prenderà il via, diventa il passaporto per la completa emancipazione della giovane donna, che passerà anche attraverso esperienze estreme: sesso, droghe, amicizie trasgressive, un lavoro artistico che le darà ricchezza e fama.
Nella terza parte del romanzo, si completa la parabola degli eccessi di Monique: sembra quasi che si chiuda il cerchio e che la donna recuperi la possibilità di essere felice, senza dimenticare che ciò che alla fine può avere è anche frutto della sua maturazione dolorosa.
Il romanzo, definito scandaloso, costò al suo Autore la restituzione della Legione d’Onore con la quale era stato insignito appena un anno prima della pubblicazione de “La garçonne”, per il suo impegno nella trattare nei suoi scritti la questione femminile. Tuttavia lo scandalo da cui fu investito fu quasi una fortuna: la storia di Monique ispirò quattro film nell’arco di sessantacinque anni (il primo è del 1923, l’ultimo del 1988, il più famoso forse è quello del 1936, cui partecipò una giovanissima Edith Piaf, al suo debutto), il taglio “alla maschietta” diventò di gran moda, le donne assunsero un nuovo modo di vivere, di pensarsi all’interno della società, di ridistribuire ruoli e posizioni anche all’interno della coppia.
Colpiscono in particolare le pagine dedicate alle esperienze sessuali di Monique: il suo iniziale pudore, quello con il quale si presenta al lettore nelle prime pagine del romanzo, si trasforma in totale liberazione, che porta la protagonista a non risparmiarsi nessuna trasgressione, tra rapporti occasionali, amicizie ambigue, sesso di gruppo.
Non sorprende quindi che un romanzo in cui di una fille méchante si dice bene, assumendola a rappresentazione esemplare di un nuovo modo di vivere la femminilità, sia stato condannato dalla morale comune dell’epoca, quindi censurato, e tuttavia abbia riscosso un grande successo, sia pure non duraturo in Francia. Solo lo scorso anno infatti è stato riscoperto e riedito, per poi arrivare in Italia, accolto in questa nuova collana di Sonzogno, BitterSweet, dedicata al recupero di testi del primo Novecento “Dalle donne, sulle donne, per le donne”.
Sarà da tenere d’occhio quindi questa collana, nata per raccontare il cambiamento della società e dei costumi, in rapporto alla condizione femminile all’inizio del Novecento.
Al suo annuncio lo scorso anno, la curatrice Irene Bignardi, così la presentava: «Una collana, Bittersweet, che non ho cercato ma che mi è venuta incontro mentre ero alla ricerca di una lettura “facile” e intelligente, rovistando nella vecchia biblioteca di famiglia, negli scaffali della nonna e della mamma. Una collana di libri che ci parla del passato recente, della nostra storia di persone, con lo charme di una scrittura apparentemente semplice. Letture scelte per il puro piacere di leggere».